Pole Star vol.1 – La recensione
Fumetti

Pole Star vol.1 – La recensione

Federico Cavallaro Settembre 24, 2026 3 min read

Nel catalogo di J-Pop approda un titolo che colpisce fin dalla premessa: Pole Star porta infatti la firma inconfondibile di NON, mangaka di enorme talento già amata dal pubblico italiano per il thriller psicologico Adabana – Fiori Effimeri e per la graffiante commedia anticonvenzionale Hare-kon.. L’autrice si è sempre distinta per una peculiare abilità: saper scandagliare l’animo umano, le insicurezze e il corpo femminile senza mai cadere nella mera provocazione o nel voyeurismo gratuito. Con Pole Star, NON decide di esplorare un terreno narrativo tanto affascinante quanto gravato da stereotipi: la pole dance. L’artista sfrutta la sua cifra stilistica pulita, espressiva e attenta alle sfumature interiori per trattare questa disciplina non come un semplice spettacolo o una declinazione sensuale, ma come una rigorosa forma d’arte atletica ed emotiva, capace di trasformarsi in uno strumento di pura emancipazione personale.

La trama del volume 1: la scoperta di una nuova gravità

Al centro delle vicende troviamo Yayano, una ragazzina di seconda media divorata da una cronica ansia sociale e da una profonda insicurezza. La sua routine quotidiana viene stravolta dal trasferimento da Tokyo ad Atami, una pittoresca cittadina costiera, per via del nuovo impiego intrapreso dalla madre. Quest’ultima ha trovato lavoro all’interno di un hotel tradizionale dai toni rustici, ma le sue mansioni rimangono inizialmente un mistero per la figlia. Il punto di rottura arriva quando Yayano decide di raggiungere la madre sul posto di lavoro, assistendo a uno spettacolo che le lascerà un segno indelebile: la donna si esibisce come ballerina di pole dance. Lontano da qualsiasi imbarazzo o pregiudizio, ciò che Yayano coglie in quell’istante è un senso di libertà assoluta, forza fisica e magnetismo espressivo. Quella pertica (pole), che sfugge alle leggi di gravità, diventa all’improvviso la sua “stella polare”: il primo volume segue così i primi, goffi e faticosi passi di Yayano in una disciplina complessa, dove ogni livido e ogni caduta iniziano a segnare la via per accettare se stessa.

Tra atletismo e riscatto

La forza di questo volume d’esordio risiede nella naturalezza con cui NON riesce a fondere il genere di formazione (coming-of-age) con le dinamiche tipiche dello spokon contemporaneo. La pole dance è una disciplina faticosissima, che richiede forza muscolare esplosiva, flessibilità e una soglia del dolore elevata. Il tratto dell’autrice rende giustizia a questa concretezza: i corpi non sono idealizzati in pose eteree, ma mostrano lo sforzo, l’attrito della pelle sul metallo, le mani sudate e il timore paralizzante di staccarsi dal suolo. Sotto l’aspetto narrativo ed emotivo, il rapporto madre-figlia rappresenta il vero fulcro pulsante del racconto. La madre non incarna la classica figura genitoriale distante o rigida; la sua figura in scena trasmette fierezza e vitalità, offrendo a Yayano un modello inaspettato con cui confrontarsi. La crescita della protagonista non è immediata né miracolosa: NON si prende i tempi giusti per mostrare l’ansia che soffoca la ragazza, rendendo ogni piccolo progresso alla pertica una vittoria terapeutica contro i propri blocchi psicologici.