Se hai visto Keeper, ti sarai accorto di un teaser che sembrava completamente scollegato dal resto…oggi sappiamo che quello era il primo teaser di uno degli Horror più riusciti di quest’anno. Dopo due produzioni indipendenti che lo hanno fatto emergere tra gli autori horror più interessanti degli ultimi anni, Damian McCarthy compie il salto di budget grazie al supporto di Neon e all’arrivo di Adam Scott, che abbandona momentaneamente i registri più brillanti per vestire i panni di uno scrittore decisamente poco incline alla socialità. Presentato in anteprima al SXSW e distribuito negli Stati Uniti a maggio, Hokum arriva nelle sale italiane il 5 agosto.
Ohm Bauman è uno scrittore in crisi. Dopo il successo della trilogia Conquistador, fatica a trovare il finale del suo ultimo romanzo. Quando ritrova alcune vecchie fotografie della madre, decide di partire per l’Irlanda con un obiettivo molto personale: spargere le ceneri dei genitori ai piedi di una quercia, vicino all’albergo immortalato in quegli scatti. L’hotel, ormai quasi deserto perché la stagione sta finendo, sembra il classico posto in cui nessuno sceglierebbe di trascorrere una notte: corridoi infiniti, un personale decisamente particolare e, naturalmente, una leggenda locale che parla di una misteriosa strega rinchiusa da anni nella suite matrimoniale. Quella che dovrebbe essere una semplice tappa del suo viaggio si trasforma però lentamente in qualcosa di molto più oscuro.
Hokum si inserisce perfettamente nella tradizione dell’horror classico. È un folk horror che guarda alle ghost story di una volta e costruisce la propria forza più sull’atmosfera che sugli effetti speciali. Adam Scott convince nei panni di questo protagonista scorbutico, sarcastico e profondamente irrisolto. Il suo umorismo nero alleggerisce la narrazione senza rompere mai la tensione e rende Ohm un personaggio molto più umano di quanto possa sembrare nelle prime scene. Il film parte con un ritmo piuttosto compassato. McCarthy si prende il tempo necessario per costruire il mistero e far conoscere i personaggi. La seconda metà è decisamente la più riuscita: gli spazi si restringono, la tensione diventa sempre più claustrofobica e il senso di pericolo cresce scena dopo scena.
Anche la scenografia fa un ottimo lavoro. Statue, putti, decorazioni religiose e oggetti che normalmente dovrebbero trasmettere serenità diventano improvvisamente disturbanti. È uno di quei casi in cui l’orrore nasce molto più da ciò che osserviamo piuttosto che da ciò che accade. Anche i jump scare funzionano bene, arrivano nei momenti giusti e durante la proiezione hanno strappato più di un sobbalzo al pubblico in sala. Una delle cose più interessanti è che Damian McCarthy non cerca mai di modernizzare il racconto. Fa esattamente il contrario: ha eliminato quasi ogni riferimento temporale, nessun elemento che permetta di collocare con precisione la storia. Il risultato è una ghost story che potrebbe svolgersi oggi come quarant’anni fa, con quell’atmosfera sospesa che richiama gli horror gotici più classici. Anche la scelta della location va nella stessa direzione. L’hotel non è un gigantesco set costruito in studio, ma una vera struttura nella Contea di Cork, scelta proprio perché aveva già quell’aria vissuta e decadente che il regista stava cercando. Con questo film McCarthy conferma anche quella che ormai sembra essere la sua firma autoriale: prendere personaggi profondamente soli, rinchiuderli in uno spazio apparentemente sicuro e trasformarlo, scena dopo scena, in una trappola senza via d’uscita. E, come già accadeva in Oddity, anche qui sembra suggerire che il vero orrore non sia soltanto il soprannaturale, ma soprattutto quello di cui gli esseri umani sono capaci.
Dal punto di vista tecnico continua inoltre la collaborazione con il direttore della fotografia di Oddity, Colm Hogan, mantenendo uno stile visivo fatto di ombre profonde, piccole fonti di luce che sembrano galleggiare nel buio e inquadrature che costringono lo spettatore a cercare continuamente ciò che potrebbe nascondersi fuori campo. Nelle scene diurne, invece, la fotografia assume tonalità giallo-verdastre che rendono l’hotel quasi artificiale, come se fosse rimasto intrappolato in un tempo che non esiste più. Anche il montaggio e il sound design lavorano nella stessa direzione, alternando lunghi silenzi a rumori improvvisi che mantengono lo spettatore costantemente in allerta. Anche il pubblico ha premiato questa scelta. Negli Stati Uniti Hokum ha recuperato il proprio budget già nel primo weekend di programmazione, dimostrando che un horror costruito sulla tensione e sull’atmosfera può ancora trovare il suo spazio. La critica ha risposto con entusiasmo: il film si è attestato intorno al 90% di recensioni positive su Rotten Tomatoes, confermandosi come uno degli horror più apprezzati dell’anno.