In un momento storico in cui i cinecomic sembrano usciti quasi tutti dalla stessa catena di montaggio, standardizzati nei toni, nei colori e nelle strutture narrative, Clayface riesce a farsi notare fin dai primi minuti. Questo nuovo tassello dell’universo DC guidato da James Gunn e Peter Safran non è un film perfetto e si porta dietro evidenti difetti strutturali, ma possiede un merito innegabile: prova con convinzione a fare qualcosa di diverso rispetto alle formule rassicuranti che hanno ormai saturato il genere.
La storia mette al centro Matt Hagen, interpretato da un convincente Tom Rhys Harries. Hagen è un attore la cui intera esistenza ruota attorno all’immagine, alla riconoscibilità e al successo, che all’improvviso perde tutto, a cominciare dal proprio viso. In un contesto reale questo segnerebbe la fine definitiva di ogni carriera e ambizione, ma muovendosi all’interno di un mondo a fumetti dominato da tecnologie avanzate e scorciatoie scientifiche al limite dell’assurdo, Hagen tenta disperatamente di rimettere insieme i pezzi della sua vita. Il disperato tentativo di recuperare i propri connotati e tornare a essere la persona di prima, però, fallisce clamorosamente e si trasforma nel peggiore degli incubi: il suo intero organismo muta fino a diventare pura argilla. Una condizione biologica grottesca che gli garantisce la capacità di plasmare e modellare il proprio corpo a piacimento, assumendo qualsiasi sembianza, ma che gli presenta un conto salatissimo sul piano della salute mentale. Il progressivo distacco dalla propria umanità accelera quando a prendere il controllo delle sue azioni non è più la razionalità, ma una combinazione distruttiva di sete di vendetta e ossessione cieca verso una ragazza, due spinte che lo trascinano in un vortice di paranoia e follia.

A sostenere l’impalcatura drammatica del film è soprattutto la prova del cast e la gestione dei rapporti tra i personaggi. La chimica tra Harries e Naomi Ackie, che veste i panni della dottoressa Caitlyn Corr, rappresenta uno dei punti più alti della pellicola. Il loro legame è atipico, ambiguo e complesso: c’è un costante tiro alla fune tra empatia, dovere professionale, manipolazione e paura, recitato con misura e intensità da entrambi gli attori, che riescono a dare sostanza alle scene senza mai farle sembrare forzate o artificiose. Nel quadro generale si inseriscono bene anche figure di contorno come John Borrelli, interpretato da Max Minghella, e Markos Szabo, a cui presta il volto David Dencik, utili a dare credibilità al sottobosco corrotto in cui Hagen si muove, anche se il vero perno emotivo della narrazione resta saldamente ancorato all’interazione tra Harries e la Ackie.
Un altro elemento che funziona particolarmente bene è la rappresentazione di Gotham City. La metropoli torna finalmente a svolgere un ruolo attivo nell’economia del racconto, smettendo di essere un semplice fondale in CGI privo di vita. Visivamente e concettualmente, la città si colloca a metà strada tra due visioni molto celebri: da un lato richiama il degrado sporco, claustrofobico e sociale del Joker di Todd Phillips, dall’altro recupera quell’impronta cupa, urbana e realistica che aveva caratterizzato Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan. È una Gotham pesante, umida, notturna, che riflette perfettamente il marciume morale delle vicende e isola ancora di più il protagonista nel suo dramma personale. Sul fronte visivo e registico, la scelta più coraggiosa è stata senza dubbio quella di limitare l’uso della CGI più levigata e posticcia per puntare con decisione sul trucco prostetico e sugli effetti pratici. Il risultato a schermo è materico e tangibile: la carne che si squaglia, la pelle che si deforma e la massa informe che prende il sopravvento sul corpo di Matt Hagen trasmettono una sensazione viscerale e respingente. Il processo di decadimento fisico e mentale richiama in modo evidente la poetica del body horror di David Cronenberg, citando quasi esplicitamente le dinamiche de La Mosca. Proprio come accadeva a Seth Brundle nell’opera cult del 1986, anche Hagen si ritrova a essere testimone cosciente e impotente del proprio sfacelo corporeo, trasformando la ricerca di una cura in un incubo biologico inarrestabile dove la carne si ribella alle leggi della natura. Ci sono sequenze crude, pesanti e visivamente crudeli che non si fanno problemi a mostrare il dolore e l’orrore della trasformazione, con passaggi che possono senz’altro infastidire gli spettatori più sensibili, ma che confermano la volontà della produzione di prendersi rischi reali anziché ripulire tutto per ottenere il classico prodotto per famiglie a prova di botteghino.
Nonostante questi innegabili pregi, Clayface inciampa proprio dove avrebbe dovuto dimostrare maggiore fermezza: la definizione della propria identità. La sceneggiatura appare costantemente indecisa sul tono e sulla natura stessa del suo protagonista. Non è mai chiaro se il film voglia trattare Matt Hagen come un vero e proprio villain tragico e spietato, destinato alla dannazione e privo di redenzione, oppure come un antieroe tormentato per cui il pubblico deve parteggiare o provare pietà a ogni costo. Questa incertezza genera continui sbalzi all’interno della narrazione. Si passa bruscamente da sequenze d’autore molto lente, cupe, cariche di tensione psicologica e autentica disperazione, a scivoloni nei cliché più banali e convenzionali del cinecomic tradizionale, tra siparietti d’azione ordinari e svolte prevedibili già viste decine di volte altrove. Questo scontro di registri finisce inevitabilmente per disorientare lo spettatore, togliendo mordente al conflitto interiore di Hagen e impedendo al film di raggiungere la piena maturità espressiva a cui ambisce.

