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Unabomber – La Recensione

Ci sono storie vere che sembrano scritte apposta per il cinema, e quella di Ted Kaczynski è sicuramente una di queste. Matematico geniale, ex studente di Harvard, diventato uno dei terroristi più famosi della storia americana. Un uomo che ha dichiarato guerra alla società industriale, convinto che il progresso tecnologico stesse distruggendo la libertà umana, trasformando le proprie idee in una campagna di attentati che ha ucciso tre persone e ne ha ferite decine.

Una vicenda che offre diversi spunti: il thriller investigativo, il dramma psicologico e la riflessione sul rapporto tra individuo e società. Ed è soprattutto quest’ultimo aspetto che mi interessava del nuovo Unabomber disponibile su Netflix, diretto da Janus Metz. Al di là della caccia all’uomo, avrei voluto vedere un tentativo più incisivo di entrare nella testa di Kaczynski e raccontare il percorso che lo ha portato a diventare il criminale che conosciamo.

Il film alterna due momenti della sua vita. Da una parte il giovane Ted, interpretato da Jacob Tremblay, brillante studente coinvolto negli esperimenti psicologici condotti ad Harvard dal professor Henry Murray, a cui presta il volto Russell Crowe. Dall’altra, l’indagine dell’FBI che, anni dopo, porterà all’identificazione del responsabile degli attentati. Due linee narrative che dovrebbero completarsi, mettendo in relazione il ragazzo e il terrorista, le origini e le conseguenze delle sue azioni.

Gli esperimenti di Harvard sono senza dubbio la parte più stimolante. Le dinamiche psicologiche, il rapporto tra autorità e individuo e il progressivo isolamento di Kaczynski offrono materiale per costruire un ritratto complesso, senza ridurre tutto a una spiegazione preconfezionata. Perché comprendere come una persona arrivi a sviluppare una visione del mondo tanto radicale non significa giustificarne le azioni. Nessuna umiliazione o delusione personale cancella la responsabilità di chi sceglie di uccidere. Sarebbe stato interessante, però, vedere il film esplorare queste contraddizioni senza avere fretta di ricondurle a una causa precisa.

Il problema è che Russell Crowe finisce per occupare uno spazio eccessivo. La sua presenza scenica è indiscutibile e il professor Murray è un personaggio ambiguo, capace di suscitare interesse e inquietudine. Eppure, a un certo punto, sembra quasi che il film sia più interessato a lui che al suo vero protagonista. È una scelta che indebolisce il racconto: mentre dovrebbe approfondire la mente di Kaczynski, la narrazione si concentra spesso sull’uomo che contribuisce a mettere alla prova quella mente.

Jacob Tremblay prova a restituire le fragilità e le rigidità del giovane Ted, ma la sceneggiatura non gli concede sempre lo spazio necessario per sviluppare un personaggio davvero memorabile. Avrei voluto seguirlo più da vicino, capire meglio il suo progressivo distacco dagli altri e osservare le sue idee trasformarsi, senza che ogni passaggio sembrasse necessariamente un indizio di ciò che sarebbe diventato. La parte investigativa, invece, procede lungo binari più convenzionali: funzionale, ma raramente capace di generare una tensione che rimanga impressa.

È a questo punto che il confronto con Manhunt: Unabomber, la miniserie del 2017 con Paul Bettany nei panni di Kaczynski e Sam Worthington in quelli dell’agente dell’FBI Jim Fitzgerald, diventa inevitabile.

Avevo apprezzato maggiormente quella produzione, che ricordo come un racconto più completo e coinvolgente. Il formato seriale le permetteva di sviluppare con calma i personaggi, approfondire il lavoro investigativo e costruire gradualmente il rapporto tra il terrorista e l’uomo impegnato a identificarlo. Otto episodi offrono un margine narrativo che un film non può avere, ma il punto non è soltanto la durata: è il modo in cui quel tempo viene utilizzato.

Bettany, in particolare, mi era sembrato molto efficace. La sua interpretazione rendeva Kaczynski inquietante senza trasformarlo in una figura artificiosamente affascinante. A colpirmi erano soprattutto la sua rigidità, l’isolamento e la difficoltà di entrare in sintonia con il mondo circostante. Il personaggio manteneva una certa opacità, senza che ogni comportamento dovesse necessariamente trovare una spiegazione.

Il nuovo film, al contrario, sembra avere fretta di arrivare al punto proprio quando dovrebbe rallentare. Non è detto che una serie sia sempre superiore a un film, ma in questo caso la differenza si sente: Manhunt riusciva a dare maggiore respiro alle dinamiche psicologiche, mentre questa nuova versione lascia diversi aspetti sullo sfondo. Gli anni di Harvard, in particolare, avrebbero potuto costituire il fulcro di un dramma molto più incisivo, anziché restare una delle componenti di una narrazione divisa tra passato e indagine.

Non siamo comunque davanti a un brutto prodotto. Il contesto storico è interessante, le interpretazioni offrono momenti validi e la vicenda mantiene una forza intrinseca che rende la visione accessibile anche a chi non conosce già la storia. Semplicemente, manca quella personalità che avrebbe potuto distinguere questo adattamento dalle tante ricostruzioni di casi criminali reali. Il materiale c’era, ma non tutto è stato valorizzato.

Sintesi finale

6,5/10

Unabomber affronta una vicenda straordinaria senza riuscire a sfruttarne appieno il potenziale. La parte dedicata al passato di Kaczynski, soprattutto agli anni di Harvard, è la più interessante, ma avrebbe meritato maggiore spazio, mentre Russell Crowe finisce per catalizzare troppa attenzione. Il confronto con Manhunt: Unabomber premia la miniserie del 2017, più efficace nell'approfondire i personaggi e sostenuta da un'ottima interpretazione di Paul Bettany. Un thriller biografico discreto, con spunti validi ma troppe occasioni mancate. Si lascia guardare, senza lasciare un segno particolare.