Call of Duty: Modern Warfare 4 – La Recensione

Era il 2007 quando Infinity Ward pubblicò su PC, PlayStation 3 e Xbox 360 un titolo destinato a cambiare per sempre il modo di intendere gli sparatutto militari: Call of Duty 4: Modern Warfare. Basta con le spiagge della Normandia e con i fucili a otturatore, si passava ai conflitti moderni, alle missioni notturne e a personaggi come il Capitano Price e Soap MacTavish, entrati di diritto nella storia del medium. Poi arrivarono Modern Warfare 2 nel 2009 e Modern Warfare 3 nel 2011 a chiudere la trilogia originale. Nel 2019 la serie è ripartita da zero con un reboot, seguito da Modern Warfare II nel 2022 e Modern Warfare III nel 2023, quest’ultimo accolto in maniera decisamente più tiepida dai fan. Inutile dire che le aspettative per il capitolo che avrebbe chiuso questa nuova saga erano altissime, ancor di più sapendo che al timone tornava proprio Infinity Ward. Dopo averci passato parecchie ore su PS5 Pro, è arrivato il momento di parlare di Modern Warfare 4. Una premessa doverosa: questo è un Call of Duty pensato esclusivamente per la generazione attuale, niente PS4 e niente Xbox One, e segna anche il ritorno della serie principale su una console Nintendo grazie alla versione per Switch 2. Ma andiamo con ordine.

Partiamo da quella che, senza troppi giri di parole, è la modalità che mi ha colpito di più: la campagna. La storia riprende dopo gli eventi di Modern Warfare III e ci porta nella penisola coreana, dove la Corea del Nord lancia un’invasione su larga scala ai danni della Corea del Sud, un conflitto che rischia di trascinare con sé il resto del mondo. Le prime battute le viviamo attraverso gli occhi del soldato Park, una giovane recluta sudcoreana che si ritrova catapultata in prima linea, per poi ritrovare volti noti come Price e Ghost della Task Force 141. Non vi dico altro per non rovinarvi nulla, ma la scelta di raccontare la guerra anche dal punto di vista di chi la subisce in casa propria funziona alla grande. Le missioni sono 16 e finalmente, dopo qualche capitolo un po’ sottotono, abbiamo una campagna adrenalinica, dinamica e soprattutto scritta bene. Il ritmo non cala quasi mai e ogni livello ha una sua identità precisa. Il vero punto di forza però sono i personaggi: interessanti, ben caratterizzati e alcuni di loro, sinceramente, sono già diventati iconici per il brand. Mi piacerebbe davvero rivederli nei prossimi capitoli, e non è una cosa che dico spesso di un Call of Duty recente. C’è poi una sola missione strutturata come un open world sandbox, in cui siamo liberi di muoverci per la mappa e svolgere incarichi secondari sparsi qua e là. Completandoli sbloccheremo nuove armi ed equipaggiamenti da usare durante quella stessa missione, il che dà una buona ragione per esplorare invece di correre dritti all’obiettivo. Una parentesi ben riuscita che spezza il ritmo più lineare del resto della campagna senza snaturarlo.

Passando al multiplayer, Infinity Ward è andata sul sicuro. Ci sono tutte le modalità che i veterani conoscono a memoria, dal Deathmatch a squadre a Cerca e Distruggi, passando per varianti più particolari ma ormai di casa come il Gioco delle Armi. Si può giocare in versione classica oppure Hardcore, si sale di livello e si punta all’immancabile Prestigio. Le novità sono poche e mirate: qualche gadget inedito da sbloccare e un Prestigio più “leggero”, che non ci costringe a ricominciare da zero perdendo tutto ciò che abbiamo sbloccato. Un piccolo cambiamento che chi ha sempre esitato a premere quel tasto apprezzerà parecchio. Le mappe per il classico 6v6 sono 12, a cui si aggiunge una tredicesima decisamente fuori dagli schemi: Kill Block. La sua particolarità è che ogni due round la struttura si smonta e si ricompone con una disposizione diversa, e tra configurazioni e condizioni meteo variabili si superano le 500 combinazioni possibili. Si gioca in 3v3 oppure in 10v10 e, cosa ancora più interessante, l’equipaggiamento viene assegnato in modo casuale. Niente classe preferita su cui appoggiarsi, quindi: bisogna adattarsi a quello che capita e leggere la mappa al volo. È un ottimo modo per staccare dalle solite partite e, perché no, migliorare con armi che normalmente non toccheremmo nemmeno. Mi è piaciuta anche Avamposto di battaglia, una modalità 32v32 che strizza l’occhio al rivale di sempre Battlefield: mappe enormi, caos ovunque e la necessità di muoversi davvero come una squadra, perché il lupo solitario qui dura poco. Sul fronte tecnico l’online regge benissimo, come da tradizione. Rimane al suo posto lo SBMM (Skill-Based Matchmaking), il sistema che abbina giocatori di abilità simile e che da anni divide la community. L’Open Matchmaking per ora non c’è, anche se si percepisce lo sforzo degli sviluppatori per rendere l’abbinamento più efficiente. Vedremo se in futuro verrà data la possibilità di scegliere oppure se lo SBMM resterà l’unica strada. Passi avanti invece per la mira assistita, ora meno invadente e tarata per premiare chi sa davvero mirare, e per il fuoco senza mirino: addio all’effetto “spruzzo” del passato, i colpi ora partono dritti verso il centro della nostra visuale. Due modifiche che sulla carta sembrano minori ma che nelle partite si sentono eccome.

E poi c’è la DMZ, che dopo i tentativi un po’ timidi del passato diventa finalmente un pilastro del gioco a tutti gli effetti. Ci ritroviamo nella zona demilitarizzata di Hajin, in squadre da tre giocatori, con una tempesta radioattiva che si avvicina e un unico obiettivo: raccogliere più risorse possibili e uscirne vivi. A rendere la vita difficile ci pensano sia i nemici controllati dall’IA sia, soprattutto, le altre squadre di giocatori in carne e ossa. Le missioni storia si svolgono in alcune delle 60 location disponibili e raccontano retroscena della guerra in Corea che nella campagna restano sullo sfondo, un collegamento che ho trovato davvero azzeccato. C’è anche la possibilità di giocare in modalità libera o di affrontare delle operazioni, ma il cuore pulsante dell’esperienza restano le missioni storia. Si vede che Infinity Ward ci ha lavorato con cura. Più tempo passiamo in una zona, più questa si riempie di pattuglie, fino ad arrivare ai tenenti, veri e propri boss belli coriacei. Per abbatterli a volte conviene stringere un’alleanza temporanea con un’altra squadra e dividere il bottino, sempre sperando che nessuno decida di spararci alle spalle sul più bello. E occhio ai furbetti, perché c’è sempre chi aspetta nell’ombra che abbiamo fatto tutta la fatica per poi farci fuori quando siamo a corto di vita e munizioni. Per fortuna chi esagera con le uccisioni di altri giocatori viene marchiato come Ricercato, con una taglia sulla testa che attira cacciatori da tutta la mappa. Un sistema semplice ma efficace, che tiene a bada gli sciacalli e rende ogni partita imprevedibile. Anche la progressione è ben pensata. Oltre al nostro livello possiamo potenziare la base operativa da cui partono le estrazioni, sbloccando funzioni e strumenti sempre più utili, e far crescere gli operatori, che si specializzano in rami diversi e diventano via via più cuciti sul nostro modo di giocare. Qui viene fuori tutta l’anima da extraction shooter: se veniamo sconfitti, l’operatore finisce “disperso in azione” e per riaverlo bisogna pagare, perdendo comunque tutto l’equipaggiamento che aveva addosso. Una penalità pesante, che con il passare delle ore ci rende sempre più cauti, perché perdere il proprio personaggio migliore con l’arsenale al completo fa male, e pure tanto.

Non è tutto rose e fiori, però. La presenza di giocatori umani può rendere l’ingresso in modalità piuttosto ostico per chi è alle prime armi, e l’IA nemica ha ancora bisogno di qualche ritocco, che immagino arriverà con le prossime patch. Inoltre il sistema di progressione, per quanto valido, rischia nel lungo periodo di metterci contro avversari molto più equipaggiati di noi. Infine, chi ha già trovato casa in altri extraction shooter (come ad esempio Marathon) potrebbe non avere abbastanza motivi per passare le serate tra le estrazioni di Call of Duty. Se però le darete una possibilità, scoprirete una modalità che merita in pieno il suo posto in una serie con così tanti anni di storia. Chiudiamo con il comparto tecnico, che su PS5 Pro è semplicemente incredibile. L’abbandono delle console della vecchia generazione si fa sentire nel senso migliore del termine: i modelli dei personaggi sono ricchissimi di dettagli e gli effetti visivi lasciano spesso a bocca aperta. A fare la differenza è soprattutto il meteo: neve e pioggia sono rese in modo eccellente e regalano un livello di immersione altissimo, tanto in campagna quanto online. È uno di quei casi in cui ci si ferma un attimo a guardarsi intorno, anche a costo di essere colpiti e uccisi. I bug non mancano comunque, alcune situazioni assurde sono capitate come compenetrazioni divertenti tra personaggi morti o, come scritto prima, l’IA nemica che non si “attiva” nemmeno quando siamo vicini di qualche metro.

Sintesi finale

9,0/10

Call of Duty: Modern Warfare 4 chiude la saga del reboot nel migliore dei modi. La campagna è la più riuscita degli ultimi anni, con 16 missioni piene di ritmo e personaggi che vorremo rivedere. Il multiplayer resta fedele alla tradizione ma trova in Kill Block e Avamposto di battaglia due variazioni sul tema davvero divertenti, mentre la DMZ diventa finalmente una modalità con un'identità precisa, pur con qualche spigolo ancora da limare tra IA e bilanciamento. Il tutto condito da un comparto grafico da urlo. Se siete fan storici della serie, qui troverete pane per i vostri denti. Se invece avete abbandonato Call of Duty da qualche anno perché vi sembrava sempre lo stesso gioco, beh, questo è il momento giusto per tornare.