Arrivata a Ali e Ombre, quarto e ultimo volume di The Hidden Society, avevo sicuramente delle aspettative. Non tanto perché mi aspettassi una conclusione perfetta, quanto perché ero curiosa di vedere come Lou Archer avrebbe chiuso questo progetto e che tipo di storia avrebbe costruito attorno a Velia Matai. Il risultato, però, per me è stato piuttosto altalenante: ci sono elementi che funzionano, soprattutto a livello di atmosfera e di temi, ma anche diverse cose che non sono riuscite a coinvolgermi fino in fondo.
Velia arriva a Bologna dopo essere fuggita da una relazionetossica, cercando rifugio dalla sorella Alba. Tra loro esiste un rapporto forte, ma anche complicato, fatto di affetto, incomprensioni e vecchie ferite. La parte legata al rapporto tra le due sorelle è sicuramente una delle cose che ho apprezzato di più, perché non viene raccontata in maniera troppo perfetta o idealizzata. Si vogliono bene, ma questo non significa che riescano sempre a capirsi o a comportarsi nel modo giusto.
È proprio attraverso Alba che Velia incontra Ravel, musicista affascinante, misterioso e decisamente poco trasparente. Ravel sembra avere sempre qualcosa da nascondere, non si fa quasi mai vedere di giorno e compare nella vita di Velia proprio mentre Bologna viene sconvolta da sparizioni e omicidi inspiegabili. Da qui la storia prende una piega sempre più soprannaturale, portando Velia a confrontarsi con una realtà molto diversa da quella che conosceva e con verità che mettono in discussione tutto ciò in cui credeva.
Il rapporto tra Velia e Ravel è ovviamente il centro del romanzo e qui, personalmente, ho avuto qualche difficoltà in più. La loro attrazione è immediata e il legame che si crea tra loro ha un peso importante nella storia, ma in alcuni momenti avrei preferito che avesse avuto più spazio per crescere in maniera naturale. Ci sono scene in cui la tensione tra i due funziona molto bene, mentre in altre ho avuto la sensazione che alcune emozioni venissero accelerate e date quasi per scontate.
Uno degli aspetti più interessanti resta comunque il modo in cui viene raccontato il passato di Velia. Arriva a Bologna portandosi dietro le conseguenze di una relazione che l’ha segnata profondamente e questo influenza il suo modo di fidarsi, di reagire e soprattutto di vivere un nuovo rapporto. È un tema delicato e ci sono passaggi in cui viene trattato bene, soprattutto quando emergono le sue paure e le sue contraddizioni. Allo stesso tempo, avrei voluto che alcune parti del suo percorso personale fossero approfondite maggiormente e che la sua crescita avesse avuto un po’ più di spazio indipendentemente dalla relazione con Ravel.
Anche lui è un personaggio costruito attorno a segreti, senso di colpa e ferite del passato. All’inizio è molto chiuso, quasi volutamente difficile da decifrare, e proprio questo dovrebbe alimentare il mistero. Il problema è che, almeno per me, non sempre questa caratteristica ha funzionato: in alcuni punti il suo essere enigmatico mi ha incuriosita, in altri mi ha semplicemente tenuta un po’ distante dal personaggio. Avrei voluto conoscerlo meglio prima, soprattutto per riuscire a sentire maggiormente il peso di alcune rivelazioni che lo riguardano.
La musica è invece un elemento che si inserisce molto bene all’interno del romanzo. Non è soltanto una caratteristica di Ravel, ma contribuisce a creare l’atmosfera generale e diventa anche un modo attraverso cui vengono raccontate emozioni che i personaggi faticano a esprimere apertamente. È uno degli aspetti che distingue maggiormente questo volume dagli altri e, proprio per questo, mi sarebbe piaciuto trovarla ancora più presente.
Un punto a favore è sicuramente Bologna. La città si presta molto bene al tono della storia e, soprattutto nelle scene notturne, riesce a creare quella sensazione di mistero che accompagna buona parte del romanzo. Portici, strade buie, freddo e atmosfera invernale fanno da sfondo alla componente soprannaturale e aiutano a dare alla storia una sua identità precisa. In alcuni passaggi avrei voluto sentire ancora di più la città, ma nel complesso l’ambientazione funziona.
La scrittura di Lou Archer è scorrevole e il romanzo si legge velocemente. Non è una storia pesante e ci sono diversi momenti che spingono a proseguire, soprattutto quando entra maggiormente in gioco il mistero legato a Ravel e alla sua vera natura. Allo stesso tempo, però, la parte centrale per me ha avuto qualche calo di ritmo e alcune dinamiche si sono ripetute più del necessario. Anche certe rivelazioni, che avrebbero potuto avere un impatto molto forte, mi sono arrivate in maniera un po’ più debole di quanto sperassi.
Essendo il quarto e ultimo volume di The Hidden Society, inevitabilmente c’era anche curiosità per la chiusura dell’intero progetto. L’idea alla base della serie continua a piacermi molto: quattro storie autoconclusive, quattro protagoniste e quattro autrici diverse che condividono lo stesso universo. Proprio per questo, però, da questo ultimo capitolo mi aspettavo forse una sensazione di conclusione più forte. Non posso dire che il finale non funzioni, ma non mi ha lasciato quell’impatto emotivo che speravo di trovare arrivata alla fine della saga.
Molto bella, invece, l’edizione de Il Castoro OFF, che resta uno dei punti di forza dell’intera serie. La copertina nera e argento, il taglio colore e gli elementi grafici richiamano perfettamente il contrasto tra luce e oscurità della storia. Anche visivamente è un volume che si fa notare e che completa molto bene la serie in libreria.