The Long Walk – La Recensione
Film

The Long Walk – La Recensione

Ci sono libri che aspettano una vita per diventare film

Fabrizio Gallo Ottobre 14, 2026 7 min read

Ho letto The Long Walk di Stephen King anni fa e ricordo di essermi chiesto una cosa abbastanza semplice: com’è possibile che nessuno abbia ancora fatto un film su questo libro?

Non servivano astronavi, universi paralleli o centinaia di milioni di dollari in effetti speciali. Bastava una strada, un gruppo di ragazzi e un’idea talmente crudele da sembrare uscita dalla parte più lucida e spietata della mente di King. Camminare fino a quando non ne rimane uno solo. Tutto qui. Una di quelle intuizioni che, quando le leggi, ti fanno pensare che il cinema dovrebbe soltanto aspettare il momento giusto per impossessarsene.

E invece gli anni sono passati. Io sono cresciuto, il cinema è cambiato, sono arrivati Hunger Games, le distopie seriali, i mondi costruiti al computer e le solite storie di sopravvivenza confezionate per il grande pubblico. Poi, finalmente, The Long Walk è diventato un film.

La prima cosa che ho pensato? Era ora.

La seconda è stata che adattare un romanzo del genere è molto più difficile di quanto sembri.

Perché il problema non è raccontare una marcia mortale. Il problema è riuscire a farci sentire ogni singolo chilometro. Farci percepire la stanchezza, la paura, il dolore e soprattutto il tempo che passa, quando ogni minuto potrebbe essere l’ultimo. King non aveva bisogno di inventarsi chissà quale mostro: gli bastava osservare cosa succede alle persone quando vengono messe davanti a una scelta impossibile. E forse è proprio questo a rendere il romanzo ancora così attuale. Non c’è bisogno di immaginare un futuro particolarmente lontano per riconoscere la crudeltà di un sistema che trasforma la sofferenza in intrattenimento e convince tutti che, in fondo, le regole siano giuste.

Chi è cresciuto con certi film degli anni Ottanta conosce bene questo territorio. Penso a L’implacabile, con Arnold Schwarzenegger costretto a combattere per sopravvivere davanti a un pubblico affamato di spettacolo, oppure a Rollerball, dove la violenza diventa lo strumento perfetto per tenere la società sotto controllo. Erano film che usavano la fantascienza per parlare del presente, senza necessariamente spiegarti tutto con un monologo di dieci minuti. King prende quella stessa intuizione e la spoglia di qualsiasi elemento superfluo. Non ci sono armi da impugnare, avversari da abbattere o strategie particolarmente elaborate. C’è soltanto il tuo corpo. E il tuo corpo, prima o poi, ti tradirà.

The-Long-Walk
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Il film sceglie di concentrarsi sui ragazzi, sulle loro conversazioni e sui rapporti che nascono lungo il percorso. È una scelta sensata, perché il cuore della storia non è capire chi vincerà, ma osservare come queste persone cambino quando capiscono che potrebbero non rivedere mai più casa propria. Cooper Hoffman dà a Ray Garraty una vulnerabilità credibile, mentre David Jonsson, nei panni di Peter McVries, porta sullo schermo quella combinazione di ironia, umanità e malinconia che rende il personaggio particolarmente riuscito. Il loro rapporto è uno degli elementi migliori del film: due ragazzi che, in circostanze normali, avrebbero avuto tutto il tempo del mondo per conoscersi e che invece devono farlo mentre il mondo, letteralmente, gli cammina addosso.

Ed è qui che The Long Walk riesce a colpire. Perché, nonostante la premessa brutale, non è un film che vive soltanto di morte. Vive soprattutto di quello che succede prima. Delle battute scambiate per non pensare alla paura, delle piccole confidenze, delle rivalità che si trasformano in solidarietà. Di quella strana intimità che può nascere tra sconosciuti quando non c’è più niente da perdere, se non il tempo che rimane.

A un certo punto ti rendi conto che non stai più facendo il tifo per qualcuno che vuole vincere. Vorresti semplicemente che quei ragazzi potessero smettere di camminare. Sedersi da qualche parte, bere un bicchiere d’acqua, parlare di quello che faranno domani. Un domani che per loro potrebbe non arrivare mai.

E questa, secondo me, è la vera forza della storia.

Il problema è che, quando una premessa è così potente, la regia deve essere all’altezza. Non necessariamente spettacolare, ma consapevole. Deve sapere quando insistere e quando togliersi di mezzo, quando lasciare che un volto racconti più di una pagina di dialogo e quando trasformare una strada qualunque in un luogo da cui sembra impossibile uscire.

Francis Lawrence, invece, mi lascia con la sensazione di un’occasione sfruttata soltanto a metà. Il film procede, racconta quello che deve raccontare e riesce a mantenere vivo l’interesse grazie alla scrittura e agli interpreti. Ma visivamente raramente trova qualcosa che giustifichi davvero il passaggio dalla pagina allo schermo. È tutto abbastanza funzionale, a volte persino efficace, ma manca quella personalità che avrebbe potuto rendere l’esperienza molto più intensa.

E qui voglio essere chiaro: non pretendo che ogni film debba reinventare il linguaggio cinematografico. Non mi servono inquadrature impossibili, virtuosismi fini a se stessi o una colonna sonora che mi dica ogni trenta secondi quando devo emozionarmi. Ma quando hai tra le mani una storia che lavora sulla ripetizione, sulla fatica e sulla progressiva perdita di ogni speranza, il modo in cui la filmi conta eccome. La monotonia dovrebbe diventare angoscia. La strada dovrebbe sembrare sempre più lunga. I corpi dovrebbero raccontare il deterioramento prima ancora che siano i dialoghi a spiegarlo.

Invece, troppo spesso, il film sembra fidarsi soltanto della sceneggiatura. Come se bastasse mettere davanti alla macchina da presa dei buoni attori e lasciarli parlare perché tutto il resto si sistemi da solo. Non funziona così. O meglio, può funzionare, ma a quel punto stai rinunciando a una parte enorme di ciò che rende il cinema diverso dalla letteratura.

Ed è un peccato, perché il materiale per fare qualcosa di memorabile c’era tutto.

Nonostante questo, non me la sento di liquidare The Long Walk come un adattamento deludente. Sarebbe ingiusto nei confronti di un film che riesce a conservare una parte importante dello spirito del romanzo e che, soprattutto, non perde di vista ciò che conta davvero: le persone. In un’epoca in cui troppo spesso si confonde la grandezza di una produzione con la quantità di cose che succedono sullo schermo, ritrovarsi davanti a una storia costruita principalmente sui personaggi è quasi una forma di resistenza.

Forse è anche per questo che aspettavo tanto questo film. Non soltanto perché avevo letto il libro, ma perché alcune storie ti rimangono dentro e, quando finalmente arrivano al cinema, speri che qualcuno abbia capito perché ti avevano colpito. Non vuoi necessariamente che siano identiche a come le avevi immaginate. Vuoi che conservino quella sensazione, quel nodo allo stomaco, quella cosa difficile da spiegare che ti ha fatto voltare l’ultima pagina e rimanere qualche secondo in silenzio.

The Long Walk ci riesce solo in parte. Ha buoni interpreti, momenti sinceramente intensi e una storia che non ha perso nulla della sua forza. Gli manca però quel salto in più, quella visione capace di trasformare una buona trasposizione in un film che ti porti dietro per anni.

Sono contento che sia stato realizzato. Davvero. Ma dopo aver aspettato così tanto, avrei voluto qualcosa che fosse all’altezza di quella domanda che mi ero fatto leggendo il libro: come si può trasformare una semplice camminata in un incubo da cui non puoi svegliarti?

La risposta è che il film ci va vicino. Ma, almeno per me, non arriva fino in fondo.

E forse è proprio questo il punto: in una storia in cui fermarsi significa morire, arrivare soltanto vicino al traguardo non è abbastanza.

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