Control Resonant – Recensione
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Control Resonant – Recensione

Giovanni Pirrone Settembre 29, 2026 4 min read


Tornare nel mondo del Remedyverse con Control Resonant significa ritrovare quell’universo dove la realtà può cambiare da un momento all’altro e dove anche una semplice stanza può nascondere qualcosa di completamente assurdo. Questo sequel del titolo del 2019 riparte proprio da queste basi, mettendoci nei panni di Dylan Faden, fratello di Jesse (protagonista del primo gioco), che ottiene la libertà dopo anni passati in cella ma resta coinvolto in una nuova serie di eventi paranormali.

Considerata la natura del prodotto che mira a svelare i misteri della storia in modo graduale, non mi addentrerò ulteriormente nel comparto narrativo, ma vi basti sapere che il titolo non delude su questo fronte e porta avanti in modo soddisfacente la storia iniziata con Jesse.
Un appunto importante: se siete fan della saga, saprete bene che la storia potrebbe diventare molto contorta e decisamente criptica, quindi è bene essere preparati su questo fronte in modo da non rimanere delusi e/o confusi.

BENTORNATI NELLE ATMOSFERE WEIRD

L’atmosfera è probabilmente l’aspetto che ho apprezzato di più. Remedy sa ancora creare ambientazioni con una personalità fortissima, alternando luoghi quasi normali a situazioni completamente fuori di testa.

Basta entrare in una determinata area per trovare stanze che sembrano cambiare significato, fenomeni paranormali o dettagli apparentemente insignificanti che acquistano importanza più avanti.
Anche documenti e dialoghi secondari (da sempre molto importanti nei giochi del Remedyverse) contribuiscono a dare l’impressione che dietro quello che stiamo vedendo ci sia qualcosa di molto più grande (e difatti spesso è così).

Il problema è che, proprio perché conosciamo già questo universo, ogni tanto si avverte un po’ un senso di déjà vu. Alcune situazioni riescono a sorprendere, altre invece danno la sensazione di riprendere idee e atmosfere che avevamo già visto nel primo capitolo, che godeva dell’effetto “novità” ed era capace di scatenare con maggior facilità l’effetto “wow” difronte alle stranezze che il giocatore affrontava.

Control Resonant

UN COMBAT SYSTEM CHE INGRANA COL TEMPO

Il combattimento è uno di quegli aspetti che all’inizio ho trovato un po’ sottotono, dato che serve qualche ora per sbloccare abilità fondamentali e prendere confidenza con le possibilità offerte da Dylan e capire bene come sfruttarle.
Una volta entrati nel ritmo, però, la situazione migliora e gli scontri diventano divertenti e molto dinamici: Il gioco spinge a muoversi continuamente (difatti non si può parare ma solo schivare), alternare attacchi e abilità e sfruttare l’ambiente, pena il venir sopraffatti dai colpo nemici.

Quando il tutto si concatena come si deve si creano quei combattimenti abbastanza caotici in cui passi rapidamente da un nemico all’altro e sfrutti tutto quello che hai a disposizione, lanciando massi o sfruttando i tuoi stessi poteri per sbalzare via i mostri, ad esempio.

Detto questo, il combat system di Control Resonant non è che mi abbia sconvolto: nel complesso funziona ma nel lungo termine non risulta sufficientemente vario ed impegnativo, considerato anche che il numero di combattimenti è veramente notevole, difatti avrei preferito meno scontri ma più curati e memorabili.


FUORI DALLA OLDEST HOUSE

Sul piano dell’esplorazione e del level design, la differenza con il primo capitolo è alquanto marcata.

La Oldest House aveva un design che rendeva l’esplorazione parte integrante dell’esperienza: imparavi a conoscere l’edificio mentre lo attraversavi, ritornando in zone già viste e scoprendo nuovi collegamenti, passaggi e aree nascoste; l’edificio stesso era un personaggio con cui interagivi.

In Control Resonant le ambientazioni rimangono belle e interessanti da vedere, e sicuramente giovano di una maggior varietà grazie al mondo aperto, ma il level design mi è sembrato inferiore.
Ci sono comunque momenti in cui vale la pena deviare dal percorso principale, ma più raramente ho avuto quella sensazione di “voglio vedere cosa c’è laggiù”, probabilmente anche perché è più facile sapere cosa aspettarsi rispetto al primo capitolo.

Sparse per il mondo di gioco difatti ci sono diverse missioni secondarie che ci faranno approfondire la situazione caotica in cui è piombata la città ed i personaggi coinvolti da essa, peccato che non tutte siano memorabili ed accattivanti.

Control Resonant

TECNICAMENTE APPAGANTE

Dal punto di vista tecnico e artistico, i ragazzi di Remedy hanno fatto un ottimo lavoro, come da prassi con i loro titoli del resto.

Illuminazione, effetti particellari e distruzione degli ambienti contribuiscono parecchio alla spettacolarità delle situazioni, soprattutto durante i combattimenti.
Anche quando sullo schermo succede di tutto, il gioco riesce a mantenere una forte identità visiva, non tanto grazie alla grafica quanto per la direzione artistica, difatti alcuni ambienti sono immediatamente riconoscibili e riescono a trasmettere quella particolare sensazione di inquietudine e straniamento che associamo alla serie ed al genere Weird, a cui Control deve molto.