The Dog Stars – Le stelle dopo la fine: La recensione
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The Dog Stars – Le stelle dopo la fine: La recensione

Syria Tagliani Settembre 4, 2026 5 min read

Cosa rimane dell’umanità quando dell’umanità stessa resta quasi più nulla? È questa la domanda alla base di The Dog Stars – Le stelle dopo la fine, il nuovo film di Ridley Scott tratto dall’omonimo romanzo post-apocalittico di Peter Heller del 2012, pubblicato in Italia con il titolo “ Le stelle del cane”. Un film che apparentemente non ha nulla di nuovo, la storia sembra infatti un mosaico di alcuni dei titoli più conosciuti del genere post-apocalittico, da The Road a I Am Legend, fino a The Last of Us. Ma proprio quando sembra avvicinarsi a questi racconti, il film prende una direzione completamente diversa. I titoli appena citati sono accumunati da una cosa: hanno tutti o meglio quasi tutti una visione profondamente pessimistica dell’umanità, dove la catastrofe fa emergere soprattutto egoismo, violenza e perdita di ogni forma di fiducia. The Dog Stars sceglie di non arrendersi completamente a questa visione. La fine del mondo non cancella del tutto la possibilità di costruire qualcosa di nuovo: nei rapporti tra i personaggi trovano ancora posto: la fiducia, l’affetto ma soprattutto, la speranza. Ed è forse proprio questo il suo elemento più distintivo: non raccontare soltanto quanto sia difficile sopravvivere alla fine del mondo, ma che non é mai troppo tardi per ricominciare; e racconta tutto questo con una semplicità quasi disarmante. Non cerca di complicare il messaggio, né di trasformarlo in qualcosa di eccessivamente filosofico o elaborato. La pellicola é uscita nelle sale italiane il 26/08/2026. Di seguito tutto quello che devi sapere sul film.

La Trama di The Dog Stars

La storia è ambientata nel 2035, in un mondo in cui un virus ha portato l’umanità sull’orlo dell’estinzione. Tra i pochi sopravvissuti c’è Hig (Jacob Elordi), un pilota vedovo che vive in un piccolo aeroporto abbandonato insieme al suo cane Jasper e a Bangley (Josh Brolin) un ex marine. I due uomini sono praticamente agli antipodi. Hig cerca ancora un contatto con ciò che resta dell’umanità e conserva una certa fiducia nel futuro; Bangley, invece, ha sviluppato un atteggiamento molto più duro e diffidente. Per lui la priorità è una sola: sopravvivere. Hig trascorre le sue giornate cercando di mantenere una parvenza di normalità. Sale sul suo Cessna del 1956, va a fare ricognizione in città e osserva il mondo dall’alto, mentre continua a fare i conti con quello che ha perso. Poi, attraverso la radio, arriva qualcosa che cambia tutto: una trasmissione. Un segnale che potrebbe indicare l’esistenza di altre persone e, forse, di un luogo in cui sia ancora possibile costruire una vita diversa. Hig decide così di lasciare la sicurezza relativa del suo rifugio e dirigersi verso Grand Junction, mettendo a rischio tutto ciò che gli è rimasto. Durante il viaggio incontrerà Cima (Margaret Qualley) e suo padre Pops (Guy Pearce) entrando in contatto con una realtà completamente diversa dalla sua.

Perché si chiama The Dog Stars?

Il titolo non è casuale e ha un legame molto personale con Hig. Il nostro protagonista passa molto tempo a guardare il cielo e a inventare delle costellazioni, soprattutto legate agli animali e alle persone che ama. Questo perché dopo la pandemia, le stelle diventano per lui un modo per mantenere un contatto con ciò che esisteva prima della fine del mondo. A questo si unisce Jasper, il cane che rappresenta il legame più concreto con il suo passato e con le persone che ha perduto. Non a caso, Ridley Scott ha raccontato di aver voluto preservare proprio questo elemento del romanzo di Peter Heller: il rapporto tra Hig, il suo cane e il cielo sopra di lui.

Il Colorado? In realtà è l’Italia

Anche se la storia è ambientata in Colorado, gran parte di The Dog Stars è stata girata in Italia. La produzione ha utilizzato diverse location tra Friuli Venezia Giulia, Veneto e Abruzzo, oltre agli studi di Cinecittà a Roma. Tra i luoghi più riconoscibili c’è Bordano, in provincia di Udine, dove alcune aree sono state trasformate nell’aeroporto abbandonato in cui Hig, Bangley e Jasper hanno costruito il loro rifugio.

Jasper è interpretato da tre cani

Uno dei personaggi più importanti del film è, senza ombra di dubbio, Jasper. Ma sul set non c’era un solo cane: per interpretarlo sono stati utilizzati tre Pastori Belgi Malinois, tutti addestrati per svolgere compiti diversi. Uno era particolarmente adatto alle scene più tranquille e alle interazioni con Jacob Elordi, uno alle sequenze fisiche e un altro alle scene d’attacco. Il cane con cui Elordi ha lavorato maggiormente era Raksha, addestrato dalla Dogstudios di Formello; e rispondeva solo ai comandi in italiano!. Di conseguenza, l’attore hollywoodiano ha dovuto imparare le parole chiave nella nostra lingua sul set per farsi obbedire.

Un film post-apocalittico che parla soprattutto di solitudine

Quando sono uscita da The Dog Stars, la prima cosa che ho pensato è stata che fosse un film difficile da giudicare con un semplice “mi è piaciuto” o “non mi è piaciuto”. È uno di quei film che, più che coinvolgerti continuamente, ti lascia dentro una sensazione precisa: quella di un mondo vuoto e silenzioso. Quello che mi ha colpito di più di The Dog Stars è il modo in cui riesce a parlare della perdita senza fermarsi soltanto al dolore. Nel film c’è anche l’idea che la famiglia non sia necessariamente quella in cui nasci, ma possa essere quella che costruisci nel corso della vita, attraverso persone che finiscono per diventare parte di te. Un altro pensiero che mi è rimasto è quanto spesso ci rendiamo conto del valore di ciò che abbiamo soltanto quando lo perdiamo. Ed è proprio attraverso Hig che questo concetto diventa evidente: quando tutto ciò che prima sembrava normale scompare, anche le cose più semplici, come la musica o una tazza di caffè assumono un significato completamente diverso. Anche il rapporto con Jasper funziona molto bene, perché diventa una delle poche certezze che Hig riesce ancora a conservare. L’unico aspetto che mi ha convinta meno è il ritmo: in alcuni momenti l’ho trovato troppo piatto, soprattutto nella parte centrale, dove avrei preferito un po’ più di tensione.