Twisted Metal – Recensione della prima stagione
La serie che sembra chiederti di impugnare un controller
Twisted Metal è una serie rumorosa, assurda, velocissima e probabilmente troppo sopra le righe per piacere a tutti. Ma se accetti di salire sulla sua giostra, scopri che sa essere tremendamente divertente.
Dalle origini su PlayStation all’adattamento TV
Per capire da dove arriva questa follia bisogna tornare al 1995, quando sulla prima PlayStation arrivava un gioco che faceva del caos la propria identità: veicoli armati, arene, personaggi decisamente poco raccomandabili e un torneo organizzato dal misterioso Calypso. Quasi trent’anni dopo, la serie sviluppata da Michael Jonathan Smith a partire da un’idea di Rhett Reese e Paul Wernick sceglie di non trasformare uno dei capitoli della saga in una trama televisiva, ma di recuperarne personaggi, veicoli e immaginario per costruire una storia autonoma, accessibile anche a chi non conosce il videogioco. In Italia la prima stagione arriva dal 31 agosto su Sky Atlantic e NOW, mentre oltreoceano è già stata distribuita la seconda e Peacock ne ha annunciata una terza.

La trama e il viaggio di John Doe
In un’America post-apocalittica le grandi città sono diventate comunità fortificate, mentre tutto ciò che rimane fuori dalle loro mura è un territorio senza legge. John Doe, interpretato da Anthony Mackie, è un “lattaio”, uno dei corrieri che attraversano queste terre desolate per trasportare merci da una città all’altra con la sua adorata Evelyn, l’auto che in diverse circostanze gli ha salvato la vita. Quando gli viene offerta la possibilità di ottenere una vita migliore in cambio di una consegna estremamente rischiosa, John parte per una nuova missione e sulla sua strada incontra Quiet, interpretata da Stephanie Beatriz.
La struttura narrativa a livelli
Nei dieci episodi della stagione, tutti intorno alla mezz’ora, il viaggio viene costruito quasi come una successione di livelli sempre più difficili. John e Quiet raggiungono un nuovo ambiente, ne scoprono personaggi e regole, affrontano l’ostacolo che li separa dall’obiettivo e ripartono. Anche gli incontri seguono la stessa logica: lungo il percorso compaiono alleati temporanei, nemici e personaggi sempre più improbabili, ognuno capace di trasformare la tappa successiva in una nuova sfida.

Il linguaggio del videogioco sul piccolo schermo
È soprattutto qui che l’origine videoludica smette di essere semplice citazione e diventa linguaggio. Twisted Metal non chiede allo spettatore di riconoscere continuamente il videogioco da cui proviene: prova piuttosto a restituirgli la sensazione di trovarsi al suo interno. Inseguimenti, combattimenti ed esplosioni si susseguono a un ritmo che rende la visione estremamente scorrevole e alimenta facilmente la curiosità per l’episodio successivo. Il rovescio della medaglia è che alcuni personaggi e situazioni avrebbero meritato più spazio, ma la serie sembra avere sempre fretta di passare all’avventura successiva. Tutta questa iperstimolazione, però, non diventa estenuante grazie alla breve durata degli episodi.
L’impatto visivo e l’icona Sweet Tooth
Anche visivamente Twisted Metal trasporta lo spettatore in un vortice. Le strade diventano arene, le automobili non sono semplici mezzi di trasporto ma parte integrante dei personaggi e le sequenze d’azione privilegiano movimento e velocità. Il montaggio serrato accompagna inseguimenti e combattimenti, mentre scenografie, costumi ed effetti costruiscono un post-apocalisse sporco, colorato e grottesco, molto lontano dall’austerità a cui il genere ci ha spesso abituati. Sweet Tooth ne è probabilmente la sintesi perfetta. Il clown assassino, simbolo della saga, interpretato dal wrestler Samoa Joe e con la voce originale di Will Arnett, inquietante e completamente demenziale, riesce a essere entrambe le cose nello spazio della stessa scena. In fondo, tutto il mondo di Twisted Metal funziona così: la violenza può diventare slapstick e una situazione assurda non ha bisogno di essere giustificata. Bisogna semplicemente accettarne le regole.

I protagonisti e l’elemento umano
A dare una dimensione più umana alla storia ci pensano John e Quiet. Mackie e Beatriz hanno una buona chimica e riescono a rendere piacevole anche una relazione che segue un percorso piuttosto prevedibile. Il loro avvicinamento è rapido e probabilmente la storia avrebbe funzionato anche senza una componente romantica. Eppure, in mezzo a sparatorie, inseguimenti e psicopatici di ogni sorta, la loro relazione permette alla serie di abbassare ogni tanto il volume e soprattutto di farci affezionare a chi si trova dentro quelle macchine. Non è la parte più originale, ma è quella che aggiunge un po’ di calore a un universo costruito quasi interamente sul caos.
