Squid Game: La filosofia sudcoreana arriva in tutto il mondo

Squid Game: finalmente la filosofia sudcoreana arriva in tutto il mondo, tranciando un gap che durava da troppo tempo.

Dopo Parasite di Bong Joon-ho, Squid Game è il nuovo punto di svolta di casa Netflix, che espande la filosofia audiovisiva sudcoreana in tutto il mondo, ancora una volta, per un pubblico non di nicchia stavolta.

Squid Game, letteralmente “il gioco del calamaro” è una serie sudcoreana scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk. L’incipit è molto semplice e quindi anche a tratti, oppure da occhi esterni la trama sembra molto banale, ma come tutte le produzioni sudcoreane che si rispettino, ovviamente nasconde un significato e un contenuto molto più profondo e complesso.

La serie, costituita da nove episodi, narra la storia di un gruppo di persone che rischiano la vita in un mortale gioco di sopravvivenza, che ha in palio un montepremi stratosferico.

Niente di più semplice e comprensibile, ma facendo un piccolo passo indietro prima della nostra analisi, fermiamoci un secondo su quello che ogni volta sentiamo su vari gruppi social o da chiacchiere dirette con nostri amici o conoscenti: bella serie, ma copia da altre opere. Come d’altronde si fa da sempre giusto? ma si parla di ispirazione, non di copiare, il vero segreto è ispirarsi appunto, anche in minima parte ad altre produzioni, per poi lasciare che il tutto prenda un senso unico e proprio, tanto da trasmettere messaggi e sensazioni che solo i personaggi di una singola serie, o pellicola, possono trasmettere, ed è questo il caso che coinvolge Squid Game; tra le tante discussioni sorte in questi giorni, si dice che il nuovo gioiello di Netflix, “rubi” da serie come “La Casa di Carta” solo perché sono presenti delle tute rosse e dei soldi, senza ricalcare o rammentare che la serie TV spagnola si ispira a film di maggiore fattura tecnica come “Ocean’s Twelve” per la gestione dei piani della rapina, e da “Inside Man” di Spike Lee con uno straordinario Denzel Washington; quindi intuiamo che è sempre inutile tirare fuori queste argomentazioni, a meno che non si tratti proprio di plagio, questo è chiaro. Ma volendo continuare, giusto per non soffermarci ad un solo esempio, un regista talentuoso ma commerciale come Tarantino senza un colosso come Akira Kurosawa, non avrebbe regalato al mondo le stesse perle, così come Kurosawa senza Ford e via discorrendo, è così dall’alba dei tempi e quindi impariamo a giudicare un prodotto nella sua completezza al di la dei pregiudizi.

Fatta questa premessa inoltriamoci in questa analisi longeva e profonda che ha l’intento di smentire le dicerie sulla serie, cercando di essere il più oggettivi possibili visto e considerato che ci troviamo davanti ad una rivoluzione, non per via del contenuto, ma per via del successo inaspettato di una serie sudcoreana non doppiata ma sottotitolata in tutte le lingue, su Netflix.

La crudeltà e la violenza simbolica e fisica del “gioco del calamaro”

La trama della serie è quella che avete letto qualche paragrafo antecedente, niente di più, niente di meno; quello che possiamo aggiungere, senza fare spoiler, e che chi partecipa a questi cosiddetti “giochi” è indebitato fino al collo, come il protagonista Seong Gi-hun, Quindi nonostante tutto, i partecipanti nella stessa situazione di Seong vedono in questi Squid Games, un’ancora di salvezza…una salvezza, purtroppo, dal prezzo troppo alto. Come tutti i prodotti di grande fattura, è difficile parlare senza fare spoiler e quindi staremo molto attenti durante la stesura della recensione, e per forza di cose quindi, si dovranno saltare dei passaggi che riguardano la trama slittando così al tema della violenza che circonda la serie, una violenza non solo fisica ma anche psicologica. La “nube” disturbante che prevale in tutti gli episodi di cui è composta la nuova produzione Netflix, ha un’innata abilità di entrare nell’anima dello spettatore, che spinto dalla curiosità non può fare a meno di non guardare e di portare a termine le vicende narrate nel minor tempo possibile; il fascino, se così vogliamo considerarlo, di Squid Game, consiste nell’attirare il pubblico in una trappola, proprio come succede ai personaggi, una trappola violenta, meschina, inaspettata e a volte scontata, ma che alla fine trasmette tante sensazioni e significati nascosti, simbologie di libera interpretazione per chi vuole sfuggire alla dura realtà che è l’esistenza. Il cuore dell’essere umano viene messo a nudo e sviscerato nel minimo dettaglio in questo Kdrama dal forte livello culturale, che farà impazzire indefinitamente il pubblico che non ha mai masticato, né “assorbito” la filosofia contenuta nella cinematografia orientale, lanciandosi in una fruizione del tutto nuova. Con questo non stiamo sminuendo la serie, anzi, stiamo elogiando una narrazione di alto livello, pregna di significato ma che “attinge” dal cuore delle migliori produzioni sudcoreane, e proprio per questo gli amanti del genere per quanto colpiti troveranno un ottimo e incredibile racconto che purtroppo non aggiunge nulla di nuovo alla “autopsia” che Squid Game compie sugli esseri umani, soprattutto verso la conclusione infatti, il pubblico affezionato al genere sentirà una sensazione di forte Déjà vu dovuta e derivata dalla storica “trilogia della vendetta” di Park Chan-wook, due su tutti Old Boy e Lady Vendetta. Ma citando il discorso fatto in precedenza sull’ispirazione, questo non è considerato un difetto, visto che la serie cammina sulle sue gambe e non è che tutto il pubblico può conoscere la filosofia dei film orientali, è semplicemente un mix dal sapore inspiegabile che potrà piacere veramente ad un vasto pubblico, che slitta dai quindici fino a arrivare ai cinquanta.

Vi ricordate quando da bambini giocavamo a “Un, due, tre, Stella”?

Uscendo dal vortice astratto della violenza psicologica possiamo parlare apertamente della crudeltà della nuova perla di casa Netflix, che di certo non fa invida ai film di Quentin Tarantino o a quelli di Takeshi Kitano. A proposito di quest’ultimo non possiamo che citare “Battle Royale” film tratto dall’omonimo romanzo di Koushun Takami, che regala l’incipit di Squid Game dove un gruppo di persone per alcuni motivi devono uccidersi l’uno con l’altro; si lo sappiamo cosa state pensando? ma quindi è una fissa? sì, e se tutto quadra ed è fatto come si deve vi rispondiamo che va bene così. I temi trattati e lo ferocia con cui a volte si risolvono le vicende, di certo non rende la serie visibile a tutti, nonostante al momento sia la più vista in tutto il mondo, e questo è davvero un ottimo passo avanti rispetto agli anni precedenti, senza dubbio. Molto probabilmente, per quanto le vicende nascondino un valore immenso dal punto di vista simbolico, le scene action e di violenza sono notevoli e estremamente presenti, cosa che giova chi non va oltre le semplici immagini, o che si mette a scavare per un qualcosa che abbia un senso in tutta quella guerra, se non i soldi, forse per questo è arrivata dove è arrivata, per la sua semplicità visiva che può catturare qualsiasi tipo di pubblico che si diverte guardando semplici e impattanti bagni di sangue, insieme a chi analizza e va oltre la superfice; ovviamente nulla da ridire ognuna apprezza il suo. Questa è una tattica vincente che dovrebbe essere adottata molto più frequentemente.

Una scena di “Pulizia”.

Critica sociale, autopsia dell’essere umano e analisi dei personaggi

Non citerò film che hanno avuto modo di visionare pochi eletti, ma cito il recente capolavoro del maestro Bong Joon-ho, Parasite, che insieme a Snowpiercer, sempre di ho, hanno trattato le tematiche della scissione sociale, seppur in modo diverso da Squid Game. Il forte abisso tra ricchi e poveri si fa sempre sentire, e nel corso della serie il creatore ci offre dei punti di vista talmente interessanti e profondi da farci sentire la puzza di marcio e disgusto anche dal televisore, o qualsiasi altro dispositivo voi avete o state usando. Per questioni narrative, come già accennato, non possiamo scavare nel profondo della vicenda, causa spoiler che potrebbero rovinarvi l’esperienza e quindi andiamo a spulciare i vari messaggi che hyuk ha voluto trasmettere attraverso la sua scrittura. La divisione e derisione delle classi sociali, è una allegoria vecchia come il mondo e purtroppo sempre attuale. Il modo di raccontare di Squid Game fa fronte all’enorme abisso economico che può esserci tra un cittadino medio, o povero colmo di debiti di gioco, e un individuo ricco sfondato: mentre da una parte si lotta ogni giorno contro la povertà e gli strozzini per guadagnarsi un pezzo di pane, dall’altra aleggia un’aria di noia, che spinge a chi di soldi né ha troppi di escogitare nuovi passatempi pur di colmare questa mancanza, insomma la bilancia non è proprio centrata, per usare un eufemismo. Quindi, da come potete capire la scissione non è solamente sulle classi sociali, ma anche sugli esseri umani, che per quanto diversi, sono uguali, o verosimili su tante caratteristiche dell’essere; a prevalere saranno le sfaccettature, le sfumature di ogni singolo individuo che saranno svelate nei momenti opportuni, il tutto avvolto in una natura avversa, complessa, a tratti animalesca e malinconica che porterà ad un susseguirsi di eventi senza via di scampo.

I personaggi hanno delle interazioni realmente umane, sono davvero poco romanzate fidatevi, vi sentirete coinvolti (come pubblico) in maniera non indifferente. I vari flashback, i tanti e vari discorsi nostalgici e violenti, pongono un rapporto vero tra pubblico e protagonisti, che passo dopo passo, una volta arrivati al capolinea tireranno le somme di una vita ingiusta, insensata, che di certo non ha portato a nulla, se non un arricchimento economico (almeno per alcuni). La futilità e il carattere avverso che si crea tra gruppi in competizione è davvero disastroso, vergognoso, atti di egoismo, codardia e facile dominio, il tutto susseguito da un filo indistruttibile di tradimenti, fregature e ipocrisia senza fine; non si ha mai la distinzione di bene e male, o giusto e sbagliato, esiste solo la situazione attuale, esistono solamente azioni oggettive che porteranno ad una conclusione della vicenda, a qualsiasi costo, a qualsiasi scelta ritenuta giusta in quel preciso momento.

Una delle tante discussione tra i protagonisti.

Seong Gi-hun e Cho Sang-woo sono tra i personaggi chiave di Squid Game: possiamo riassumerli nel buono e nel cattivo, anche se la linea è molto sottile, da come abbiamo ampiamente discusso nelle righe precedenti. Nonostante siano amici di infanzia, sono l’esatto opposto, mostrano i due lati dell’essere umano in tutti i suoi particolari, vengono sviscerati talmente alla perfezione che facilmente uno di noi ci si può ritrovare in questi personaggi, che per tutta la prima stagione (ammesso che ce ne sia un’altra) sono gli antipodi della complessa figura dell’uomo. Non solo questi due citati d’altronde, hanno un valore o una propria posizione: la forza di Squid Game risiede, oltre il talento attoriale anche delle comparse, sulla forza visiva e caratteriale dei personaggi secondari, che donano un tocco aggiuntivo non indifferente, capace di ingannare e rapire qualsiasi tipo di pubblico.

Estetica, design, regia e sottotitoli

Come accennato in precedenza, la serie di per sé non ha nulla di veramente rivoluzionario (se escludiamo la soggettività del pubblico) visto che le tematiche trattate sono già state analizzate da tantissime produzioni antecedenti a questa che stiamo trattando; valore simbolico forte e complesso, ma non innovativo. Con questo pretesto quindi, ci appoggiamo al valore estetico e tecnico della serie, che di certo eccelle sotto tutti i punti di vista. La resa visiva e registica è qualcosa di veramente eccezionale: il tutto risulta “leggero” agli occhi dello spettatore, che si troverà di fronte ad un ritmo scandito perfettamente dai dialoghi e dall’azione, così da rendere le longeve e corpose puntate, immediate e veloci.

L’estetica, quindi maschere, costumi, arredamento e tanto altro, a chi ha una buona conoscenza nel campo del cinema d’autore, converrà con noi che un tributo a tratti Felliniano, ma che strizza un occhio, ma forse anche due, a quel maestro che è stato Kubrick; citando opere come “Arancia Meccanica” e “Eyes Wide Shut”; provare per credere, visto che non possiamo descrivere nel dettaglio le scene ci limiteremo a citare alcune perle aggiunte e citate nei dettagli che salteranno fortemente all’occhio di chi sa guardare nella direzione giusta. Il Design, oltre ad ispirarsi a tante pellicole che hanno fatto la storia del cinema, spicca nella maniacale cura dei loghi visionati nella serie e nell’impostazione del biglietto da visita degli Squid Games, già diventato cult, nulla di nuovo ma sapersi reinventare, in un mondo in cui sembri che già esisti qualunque cosa è davvero importante, e questa volta Netflix ha fatto davvero centro, sotto tutti i punti di vista.

L’interpretazione originale, quindi in lingua sudcoreana, è davvero magistrale. Il volto che ha attualmente la serie è dovuto fortemente alla recitazione dei personaggi, che sbattono in faccia allo spettatore respiri affannati, sudore, lacrime e sangue…il tutto con una dialettica espressiva degna di “Old Boy”. Ma lo sappiamo che il pubblico non è abituato alla forzatura di vedere serie con sottotitoli e quindi lo scetticismo è alle stelle. Che siano gusti personali o meno, di certo non si deve demonizzare Netflix o Squid Game in questo caso, per via di una scelta artistica o inizialmente economica: proprio come accaduto con Parasite, uscito nelle sale italiane solamente sottotitolato, dopo la vittoria degli Oscar è stato doppiato per una fruizione maggiore del pubblico ma anche per un raggiungimento economico non indifferente, insomma si tratta sempre di business, ed essendo, Squid Game, una serie sudcoreana non si è voluti rischiare inutilmente; comunque che sia una scelta artistica o meno state tranquilli che la serie, visto il successo immediato e inaspettato, arriverà doppiata in tutte le lingue, così da dimezzare tante sfumature che solamente in lingua originale si possono apprezzare; e per quanto si ami il doppiaggio, e in tante occasioni quello italiano è stato nettamente migliore dell’originale, ogni prodotto è una cosa a se stante e ci dispiace ma questa volta è oggettivamente così: il doppiaggio gli farebbe perdere metà del fascino, in qualsiasi lingua.

Un assaggio delle espressioni attoriali.

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CONCLUSIONI: Squid Game è un punto di svolta, non dal punto di vista narrativo, ma dal punto di vista globale, visto che ha conquistato qualsiasi tipo di pubblico con il "classico" racconto del cinema sudcoreano. Una resa visiva straordinario e un ritmo serrato, veloce e incisivo, fa di Squid Game uno dei maggiori successi di casa Netflix, un successo talmente travolgente che ha distrutto un gap importante con il pubblico scettico che non amava le serie sottotitolate, specie se la lingua nativa era il sudcoreano; un passo avanti davvero degno di nota sulla base di una prospettiva mondiale.

VOTO FINALE: 8