Il Diavolo veste Prada 2 – La recensione

Il sequel non cerca di superare l’originale, ma ricorda benissimo ciò che lo ha reso iconico.

29 Apr 2026

A vent’anni dal primo film, Il Diavolo Veste Prada 2 inizia con un’immagine precisa: una mano che toglie il vapore dallo specchio e Andy che si prepara per la sua prima giornata di lavoro. È lo stesso identico inizio di vent’anni fa, ed è una dichiarazione di intenti chiarissima: questo film non vuole prendere le distanze dal primo, ma lavorare esattamente su ciò che nel tempo lo ha reso iconico. La storia riparte con Andy che è riuscita a costruirsi la carriera che voleva, lontana da Runway e orientata verso un giornalismo più impegnato, più coerente con le sue ambizioni iniziali; una stabilità che però si rompe in maniera brusca, proprio nel momento in cui il suo valore professionale viene riconosciuto pubblicamente. In parallelo, Runway si trova ad affrontare una crisi importante, legata a uno scandalo che mette in discussione non solo l’immagine della rivista, ma anche la posizione e il percorso di Miranda. Ed è in questo punto preciso che le strade tornano a incrociarsi: Andy viene richiamata dentro quel mondo da Irving Ravitz, che le propone di entrare in redazione come autrice e di lavorare a stretto contatto con Miranda. Da qui in poi il film si muove su un equilibrio molto interessante tra continuità e aggiornamento, costruendo continui rimandi al primo capitolo che, però, non risultano gratuiti, ma servono a riportarci dentro dinamiche che conosciamo già, ma che vengono rilette con uno sguardo più attuale.

Il centro del film resta inevitabilmente Miranda Priestly: Meryl Streep non si limita a riprendere il personaggio, ma lo spinge ancora di più nella direzione che lo ha reso iconico con un sarcasmo più diretto e affilato, esattamente il tipo di evoluzione che il pubblico si aspettava. Accanto a lei, il film lavora in modo molto interessante anche sugli altri personaggi, soprattutto in termini di percorso. Andy ed Emily, più che mai, diventano due facce opposte dello stesso punto di partenza. Nel primo film condividevano la stessa posizione, lo stesso tipo di pressione, lo stesso sistema che le metteva costantemente alla prova; qui si vede chiaramente cosa succede quando si reagisce in modo diverso a quel contesto. Andy ha scelto di allontanarsi, di ridefinire le proprie priorità e di costruire qualcosa di più allineato con sé stessa, mentre Emily è rimasta e ne è stata inevitabilmente trasformata. Oggi si muove nel mondo del retail di lusso, in una posizione di rilievo, ma con un approccio più strategico, meno “pulito”, ed è proprio questo scarto tra le due a rendere il loro confronto uno dei punti più solidi del film.

Anche Nigel resta uno dei punti fermi della storia. Iconico nel suo stile, nel suo modo di stare in scena, in quel ruolo sospeso tra sarcasmo e affetto che lo rende unico, è il classico personaggio che sembra distante e cinico, ma che in realtà è quello che ha sempre guardato e guidato Andy con più lucidità e attenzione. E anche qui si percepisce un movimento, una possibilità diversa rispetto al passato, come se finalmente qualcosa potesse cambiare anche per lui. Sul piano estetico il film continua a funzionare perfettamente: la moda resta centrale, gli outfit sono estremamente curati e il passaggio da Parigi a Milano dà un respiro nuovo senza perdere coerenza, anzi contribuendo a rendere l’immaginario ancora più contemporaneo. A questo si aggiunge la presenza di diversi cameo dal mondo della moda, con figure che interpretano sé stesse e rafforzano ulteriormente il senso di realismo e immersione.

Il tono è complessivamente più leggero rispetto al primo, ma è una scelta evidente e funzionale, perché permette al film di avere più ritmo, più spazio per ironia e battute, senza però perdere la componente di riflessione che aveva reso il primo qualcosa di più di una semplice storia ambientata nella moda.

CONCLUSIONI: Il Diavolo veste Prada resta, inevitabilmente, un punto di riferimento difficile da toccare, anche solo per il tempo che ha avuto per sedimentarsi nell’immaginario collettivo, ma questo secondo capitolo non prova a competere su quel piano e, proprio per questo, riesce a funzionare. È costruito attorno a ciò che nel tempo è rimasto davvero impresso, rielaborandolo con maggiore consapevolezza. E alla fine è proprio questa la sensazione che lascia: non tanto il confronto con il primo, quanto quella di essere tornati in un mondo che conosciamo benissimo, ma con uno sguardo più attuale e decisamente più tagliente.

VOTO FINALE: 8.5

SCHEDA FILM

  • USCITA: 29/04/2026
  • GENERE: Commedia
  • REGIA: David Frankel
  • DURATA: 120 min.
  • SCENEGGIATURA: Aline Brosh McKenna
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