Negli ultimi anni il concetto di Backrooms è diventato uno degli immaginari horror più riconoscibili del web. Nato da una storia virale online, questo universo ruota attorno a un’idea tanto semplice quanto inquietante: l’esistenza di spazi infiniti e apparentemente vuoti, fatti di corridoi anonimi, luci al neon e stanze tutte uguali, nei quali si finisce intrappolati uscendo “fuori asse” dalla realtà. Nel tempo questa idea si è trasformata in un vero fenomeno culturale, alimentato da video horror, racconti e contenuti creati online. Il film prende proprio quell’estetica fatta di pareti vuote, moquette consumate e ambienti che sembrano appartenere a un ricordo incompleto, utilizzandola per costruire qualcosa che va oltre il semplice horror.
Non è un caso che A24 abbia scelto di affidare il progetto a Kane Parsons, giovanissimo regista diventato celebre grazie ai suoi video dedicati all’universo delle Backrooms. Una scelta coraggiosa, considerando il rischio di trasformare un immaginario nato sul web in un prodotto cinematografico più convenzionale. Il film, invece, conserva gran parte di quella sensazione di smarrimento e inquietudine liminale che ha reso le Backrooms un fenomeno virale. Più che spaventare, Backrooms sembra interessato a esplorare il disagio psicologico e il modo in cui alcune esperienze continuano a influenzare la percezione della realtà. Dal punto di vista tecnico, il film costruisce con attenzione un senso costante di sospensione. La regia sfrutta spazi vuoti privi di coordinate fisiche e temporali, mentre la fotografia utilizza tonalità fredde e artificiali che trasformano ogni ambiente in qualcosa di familiare ma al tempo stesso disturbante. Anche il sound design gioca un ruolo fondamentale: ronzii elettrici, silenzi prolungati ed eco lontani contribuiscono a creare una sensazione di isolamento continuo, più vicina al disagio psicologico che all’horror tradizionale.
La stessa logica guida la costruzione narrativa. Il montaggio rinuncia spesso a una progressione lineare per lavorare attraverso accumulo, ripetizione e disorientamento. Molte sequenze sembrano girare volutamente in tondo, generando nello spettatore la stessa sensazione dei protagonisti: quella di non sapere se si stia avanzando o se si sia rimasti bloccati nello stesso punto. È una scelta che rafforza l’atmosfera del racconto, ma che potrebbe rappresentare anche il suo aspetto più divisivo. Dietro questa costruzione formale emerge una lettura che va oltre l’elemento horror. Le Backrooms diventano infatti una rappresentazione di quei luoghi interiori dai quali è difficile uscire: spazi costruiti dalla memoria, dove il passato continua a riaffiorare sotto forme sempre diverse, alterando la percezione di sé e di ciò che si è vissuto.
Anche i protagonisti sembrano muoversi all’interno di questo meccanismo. Chiwetel Ejiofor interpreta Clark come una figura profondamente consumata dal fallimento: ex architetto, separato e alcolista, intrappolato in una vita che appare come una versione degradata di ciò che avrebbe voluto diventare. Il personaggio incarna l’incapacità di interrompere schemi autodistruttivi che continuano a ripetersi nel tempo. Renate Reinsve, invece, costruisce un personaggio apparentemente controllato e razionale. Dietro questa superficie emergono gradualmente fragilità e ferite mai realmente elaborate, che finiscono per riflettersi negli stessi spazi distorti attraversati dal film. Il rapporto tra i due diventa così il punto in cui Backrooms pone la sua domanda più interessante: quanto è difficile cambiare quando persino la sofferenza è diventata qualcosa di familiare?
Chi conosce già l’universo delle Backrooms coglierà immediatamente molti dei riferimenti e dei livelli simbolici presenti nel racconto. Per chi vi si avvicina per la prima volta, invece, parte della profondità narrativa potrebbe risultare meno immediata. La scelta di mantenere un ritmo estremamente dilatato contribuisce a rafforzare la dimensiona claustrofobica e reiterativa del film, anche se in alcuni momenti rischia di rallentare eccessivamente la progressione narrativa. È una costruzione coerente con l’idea di un percorso senza direzione apparente, nel quale ogni tentativo di uscita sembra riportare al punto di partenza. È proprio qui che Backrooms trova la sua identità più interessante: non nel mostro nascosto dietro un corridoio, ma nella sensazione di restare intrappolati dentro qualcosa che continua a cambiare forma senza mai scomparire davvero.