Intervista a Michela Favaro: autrice di “Nel Sole e nella Pioggia”

28 Lug 2026

La scrittura rappresenta un viaggio interiore, capace di trasformare emozioni, ricordi e riflessioni in storie che parlano a ogni lettore. In questa intervista Michela Favaro, autrice del romanzo Nel sole e nella pioggia, racconta la nascita della protagonista Veronica, il valore dei simboli, il ruolo della natura e della scrittura come strumenti di conoscenza di sé. Un dialogo che permette di entrare nel cuore del suo processo creativo e di comprendere i temi più profondi che attraversano il romanzo.

Come è nata l’idea di Nel sole e nella pioggia e quale è stata la scintilla che ti ha spinta a raccontare la storia di Veronica?

Avevo appena concluso un lavoro di saggistica aziendale, un libro nato nell’arco di pochi mesi e del quale sono stata curatrice. Nonostante si trattasse di un testo tecnico, la mia scrittura aveva preso spontaneamente una direzione narrativa. Ma non mi bastava. Ho sentito il bisogno di tornare alla creatività, di trovare un ambiente letterario che mi contenesse e mi permettesse di esprimermi come volevo. Era un desiderio forte, una necessità. Così ho chiuso gli occhi e ho immaginato lo scenario che, in quel momento, mi rappresentava di più. Non cercavo un personaggio che fosse me, ma qualcuno che condividesse il mio modo di guardare il mondo, la mia filosofia. Veronica è nata così: a occhi chiusi e con la mente aperta.

La ricerca della propria identità è uno dei temi centrali del romanzo. Quanto c’è della tua esperienza personale nella costruzione di questa storia?

Questo romanzo non è autobiografico. Però nella scrittura d’immaginazione l’autore finisce sempre dentro alla propria storia, inevitabilmente. Forse i miei cinquant’anni mi hanno insegnato che la nostra identità e il nostro pensiero critico sono una delle conquiste più preziose nella vita. È possibile, quindi, che in modo inconscio io abbia voluto condensare il meraviglioso e intenso percorso dentro noi stessi e i nostri pensieri attraverso la storia di questa ragazza. Del resto Veronica è una narratrice riflessiva, colta e incline all’analisi psicologica.

La campagna toscana e la Cascina Margherita assumono un ruolo quasi da protagonisti all’interno della storia. Perché hai scelto proprio questo ambiente per raccontare la crescita di Veronica?

Il mio è un romanzo intimista, è una storia che procede per immagini più che per avvenimenti. La casa, il paesaggio, gli oggetti, gli odori…diventano strumenti per raccontare uno stato dell’anima. Quindi è vero, sono anche loro dei protagonisti, e non raccontano solo un’avventura esterna ma accompagnano il movimento verso un centro interiore. Come Veronica, anche quel luogo è nato a occhi chiusi e quando li ho riaperti, mi trovavo lì.

Nel libro la scrittura non è soltanto una professione, ma uno strumento di conoscenza di sé. Che rapporto hai con la scrittura come strumento di crescita personale?

La scrittura ha un potere straordinario su di me. Mi conduce in luoghi che, razionalmente, non saprei raggiungere. Nei momenti migliori mi capita di chiudere un capitolo senza averlo davvero pensato, senza nemmeno aver avuto il tempo di immaginarlo fino in fondo. Mi ritrovo con un dialogo, un ambiente o un avvenimento che sembrano essere nati da soli, senza un progetto preciso. Sono questi i momenti in cui mi accorgo che scrivere è il prolungamento di una parte interiore, intima e spesso sconosciuta di me. Una parte che trova nella scrittura il modo di emergere. A volte lo fa con chiarezza, altre in modo enigmatico, ma ogni volta mi restituisce qualcosa che, prima di scriverlo, non sapevo di avere dentro.

Il quaderno di Veronica rappresenta un simbolo molto importante nel romanzo. Come è nato questo elemento e quale significato desideravi trasmettere ai lettori?

Il racconto in prima persona fatto da Veronica è già piuttosto personale. Ma io volevo andare ancora più a fondo ai suoi pensieri. Da autrice avrei potuto farlo in molti modi ma ho voluto che fosse lei a raccontarsi e non io a scavare nel suo silenzio. Io ho solo riportato le pagine scritte da lei.  Nel quaderno Veronica non racconta semplicemente ciò che accade ma cerca continuamente un significato in quello che vive. Perché ha un bisogno quasi naturale di capire.

Il parallelismo tra Veronica e il grano accompagna l’intera narrazione. Quanto è importante per te l’uso dei simboli nella costruzione di una storia?

Penso che gli scrittori che leggiamo con maggiore intensità, soprattutto in gioventù, lascino tracce profonde. Magari non si manifestano come imitazione, ma rimane un certo modo di concepire la narrativa. Attorno ai vent’anni, prima di cimentarmi sui pilastri classici, lessi tutti i romanzi di Anne Rice, un’autrice che mi ha segnata profondamente, più di quanto non avessi riconosciuto allora. Lei, una scrittrice meravigliosamente ridondante, barocca e sensoriale, ha rafforzato la mia tendenza naturale a usare metafore e simboli intrecciandoli con la psicologia dei personaggi e con l’atmosfera. Infatti il grano è una metafora molto forte. La natura non è una cosa immobile da contemplare, ma un’entità viva che si modifica e Veronica ha seguito la storia di quelle spighe con lo stesso ammirato rispetto con cui si osserva un fiore sbocciare. Credo che tutti gli scrittori abbiano una sorta di biblioteca invisibile dentro di sé…nella mia c’è un mondo fatto di immagini.

Personaggi secondari, come Marta, William e Constance, hanno un ruolo fondamentale nell’evoluzione della protagonista. Quale di loro hai trovato più complesso o stimolante da sviluppare?

William. Lui è stato entrambe le cose: complesso e stimolante. Doveva essere silenzioso per lasciare spazio agli altri, ma sufficientemente scomodo da creare dinamismo. Doveva essere ruvido per farsi odiare e abbastanza ferito da poter essere compreso. Affascinante quanto bastava per rendere plausibile l’attrazione, intransigente quel tanto che serviva a contrastare le indecisioni di Veronica e abbastanza saggio da diventare un faro di certezze.

Ho costruito William perché Veronica potesse specchiarsi in lui senza riconoscersi subito e, solo in seguito, sentirlo così affine da scegliere la sua amicizia. Sullo sfondo di tutto questo c’è un preciso percorso di redenzione, che William compie quasi interamente nel silenzio. Un personaggio molto complesso e che io amo moltissimo.

Nel romanzo emerge l’idea che la crescita personale passi attraverso gli incontri e le relazioni. Quale messaggio speri arrivi ai tuoi lettori su questo tema?

Sì, è vero. Veronica cerca se stessa nell’isolamento e nella solitudine, ma finirà per trovare le risposte che cerca solo attraverso l’incontro con gli altri.

Alla domanda su quale messaggio vorrei arrivasse ai lettori, rispondo con le parole di una mia lettrice. Dopo aver letto Nel sole e nella pioggia mi ha confidato che la profonda connessione tra i personaggi l’aveva portata lontano dalla nostra modernità, fatta di incontri virtuali e spesso superficiali.

Confesso, con un po’ di emozione, che mi sono sentita ringraziare per aver creato un ambiente letterario capace di ricordare quanto preziose siano le relazioni umane. Mi ha detto che questo libro le aveva fatto compiere un salto in un passato non così lontano nel tempo, ma profondamente diverso nel modo di vivere gli incontri, i legami e le relazioni.

Lo stile del libro è caratterizzato da ritmi lenti e riflessivi, che invitano alla contemplazione. È stata una scelta consapevole fin dall’inizio oppure è emersa durante la scrittura?

Questa è una domanda importante per me.

Allora, non conosco un altro modo di scrivere, non si è trattato di una scelta stilistica. Non potrei modificare il mio ritmo naturale per adattarlo a una storia, così come una cantante non può cambiare la propria voce per interpretare un’opera. Questa è la mia voce. Non ho un approccio solo funzionale alla scrittura, ma piuttosto musicale direi. Mi piace soffermarmi sulla bellezza di una pagina, sul peso di un’immagine, sulla musicalità di una parola. Perché credo che la velocità vada a discapito della profondità.

La mia è un’idea di letteratura che non ha fretta. Non dico che la lentezza sia un valore, ma dico che la bellezza richiede tempo. Raccontare qualcosa di bello, osservare un’opera, penetrare un paesaggio, spiegare qualcosa di importante, ha bisogno del suo tempo. Mi piace pensare che il lettore possa fermarsi su un’immagine, assorbirla e portarla con sé invece di limitarsi ad attraversare la storia con l’impazienza di finire il libro. Quando scrivo non cerco solo la parola più “efficace” ma anche quella che mi suona giusta. Un’esperienza che si avvicina molto allo studio di uno spartito e alla logica delle note nel pentagramma; forse, anche il decennio trascorso a studiare pianoforte classico ha contribuito a rendermi la scrittrice che sono oggi, chissà…

Se i lettori dovessero portare con sé qualcosa dopo aver chiuso l’ultima pagina di Nel sole e nella pioggia, quale spereresti che fosse?

La stessa cosa che è rimasta a me, scrivendolo.

Non delle risposte ma delle senzazioni. Non un insegnamento ma la percezione di aver visto qualcosa di compiuto. Pienezza è la parola che mi viene in mente, ma anche armonia e felicità.

In altre occasioni hai detto di aver sempre posseduto due voci: la musica e la scrittura. Come convivono queste realtà e quale delle due pesa di più?

È come se mi venisse chiesto quale figlio amo di più, non esiste una scelta possibile.

Probabilmente non si tratta nemmeno di due mondi distinti tra cui scegliere, ma di due linguaggi diversi per esprimere la stessa cosa. Sono sempre stata abitata da una grande immaginazione, è il mio modo di stare al mondo. Molto presto ho capito che esprimere la mia sensibilità era necessario. La musica è arrivata per prima. A tre o quattro anni già rimanevo imbambolata ascoltando il pianoforte e, poco dopo, è arrivato anche il disegno. Quello è stato il mio primo linguaggio, quando ancora non avevo gli strumenti per raccontarmi attraverso le parole. Suonare Chopin fa vibrare dentro di me emozioni che nessun’altra esperienza riesce a raggiungere. Invece la scrittura mi permette di dare forma al mio mondo interiore, trasformandolo in una storia che può esistere da sola, anche fuori di me. Non si tratta solo di condivisione, è dare vita a qualcosa. Musica classica e scrittura convivono in modo simbiotico e per tutta la vita continueranno a contendersi il mio spazio. Alla musica ho dato una grande fetta di vita e tutte le abilità della gioventù. Adesso, la mia dimensione di donna matura, mi orienta in modo naturale a scrivere…ma non lascio mai il mio pianoforte completamente solo!  

Dalle parole di Michela Favaro emerge una visione della lettura come spazio di ricerca, crescita e autenticità. Nel sole e nella pioggia non è soltanto il racconto del percorso di Veronica, ma un invito a riscoprire il valore delle relazioni, della lentezza e dell’ascolto di sé. Attraverso questa intervista, l’autrice offre ai lettori uno sguardo sincero sul proprio modo di scrivere e sul desiderio di lasciare, al termine della lettura, non risposte definitive, ma emozioni e riflessioni capaci di accompagnare chi legge nel tempo. Ringraziamo Michela Favaro per la disponibilità, la sensibilità e la profondità con cui ha condiviso il suo percorso creativo, augurandole il meglio per il successo di Nel sole e nella pioggia e dei suoi futuri progetti letterari.


Tag:

Lascia un commento