Cime tempestose – La recensione

9 Feb 2026

Cime tempestose è uno di quei romanzi che il cinema continua a riesumare come se non fosse mai stato davvero adattato. Ogni epoca sembra convinta che le versioni precedenti abbiano sbagliato qualcosa: troppo romantiche, troppo classiche, troppo educate. Così la storia di Emily Brontë torna ciclicamente sullo schermo, in nuove forme, nuovi corpi, nuove promesse di radicalità. Il problema è che “Cime tempestose” non è un testo che chiede di essere aggiornato, ma solamente capito. E capirlo significa affrontarne la violenza strutturale, il tempo dilatato, la crudeltà che sopravvive all’amore. Tutto ciò che il cinema, storicamente, fatica a sostenere. L’ennesima rilettura cinematografica arriva oggi sotto forma di un grande film hollywoodiano, scritto e diretto da Emerald Fennell, con Margot Robbie e Jacob Elordi nei ruoli principali. Un’operazione che fa bene, fin da subito, a mettere il proprio titolo tra virgolette: “Cime Tempestose”, perché del romanzo originale resta più l’eco che la sostanza. Non è un dettaglio da puristi, ma il cuore stesso del problema. Nel corso degli anni ho visto almeno cinque adattamenti diversi del romanzo, dal classico hollywoodiano del 1939 di William Wyler fino alla versione del 2011 di Andrea Arnold, forse l’unica davvero interessata a sporcarsi le mani con la materia brontëiana. Fennell, invece, sceglie un’altra strada: quella del grande prodotto contemporaneo, consapevole delle dinamiche industriali, delle pressioni di mercato e dello star system. E questa consapevolezza, più che arricchire il film, finisce per svuotarlo. La questione del casting è emblematica.

Hollywood oggi spinge, giustamente, verso una maggiore inclusività etnica, e in linea di principio non c’è nulla di problematico in questo. Gli Stati Uniti sono una miscela di identità, ed è naturale che il cinema lo rifletta. Ma qui l’operazione appare calcolata più che pensata. Il ruolo di Nelly è affidato a Hong Chau, attrice di origine thailandese, Edgar è interpretato da Shazad Latif, attore britannico con origini pakistane, mentre Heathcliff, figura cardine del romanzo proprio in quanto “altro”, “zingaresco”, mai completamente definito, diventa Jacob Elordi, sex symbol perfettamente allineato al gusto contemporaneo. È una scelta che altera profondamente la gerarchia simbolica dell’opera. In Brontë, Edgar rappresenta il potere bianco, rispettabile, che rifiuta Heathcliff perché lo percepisce come estraneo. Qui, quella tensione si annacqua. Heathcliff non è più il corpo marginale, ma il centro desiderabile del racconto. Il conflitto razziale e sociale, che nel romanzo è sotterraneo ma fondamentale, viene riscritto per adattarsi a una logica di mercato che ha bisogno di volti vendibili, non di ambiguità scomode. Il risultato è un film che strizza l’occhio a un’industria sempre più attenta alle rappresentazioni, salvo poi affidare tutto il peso emotivo a un attore che riscrive il personaggio in senso opposto. Fennell ha dichiarato che il suo doveva essere un adattamento emotivo, primordiale, apertamente sessuale. Un film attraversato da pulsioni carnali, tensioni sadomasochistiche, da un desiderio che non conosce educazione né misura. Dichiarazioni che, prima dell’uscita, facevano immaginare un’opera più sporca, quasi “boccaccesca” nel senso più fisico del termine: il sesso non come ornamento, ma come forza narrativa, come linguaggio del potere e della dipendenza. Un’idea che, almeno sulla carta, sembrava coerente con la materia di Cime Tempestose, romanzo tutt’altro che casto o sentimentale. La realtà del film è però molto diversa.

Ci si ricorda presto che questo è un grande prodotto hollywoodiano, sostenuto da un budget imponente e da uno star system che oggi detta limiti molto precisi. Non a caso Margot Robbie figura anche tra i produttori. Il risultato è che il sesso, pur costantemente evocato, viene sistematicamente anestetizzato. Le scene erotiche ci sono, ma sono svuotate della loro funzione disturbante: allusive, coreografate, sempre tenute a distanza di sicurezza. Si sfiora la degradazione, si accenna al BDSM, ma senza mai abitarlo davvero. Le dinamiche più estreme vengono delegate ai personaggi secondari, mentre i due protagonisti restano confinati in lunghe sequenze di pomiciate e in rapporti sessuali rapidi, levigati, quasi pudichi. Ne emerge un paradosso evidente: un film che parla ossessivamente di desiderio, ma che ha paura del corpo. Un racconto che vorrebbe essere carnale e finisce per essere illustrativo. Più Shakespeare che Brontë, più tragedia romantica che relazione patologica. La promessa di un cinema sessualmente radicale si dissolve così in una sensualità di facciata, elegante ma innocua, che non ferisce mai davvero lo spettatore. Anche la struttura narrativa soffre di questa indecisione. Come nella maggior parte degli adattamenti cinematografici, il film ignora completamente la seconda parte del romanzo, quella della seconda generazione, con Heathcliff che diventa tiranno e perpetua la violenza. Una sezione che, nel contesto storico e politico attuale, sarebbe stata forse la più interessante da esplorare. Invece si torna, ancora una volta, alla storia d’amore che conosciamo a memoria, come se il romanzo non fosse altro che una tragedia romantica e non un meccanismo di distruzione intergenerazionale. L’elemento più interessante del film è paradossalmente Nelly, la governante delle due casate. In questa versione diventa a tutti gli effetti l’antagonista, la forza che impedisce ai due amanti di ricongiungersi. Hong Chau la interpreta con una compostezza glaciale, che si scontra frontalmente con l’emotività di Catherine. È una scelta che funziona e che, per un attimo, fa intravedere un film diverso, più lucido, più cattivo. L’Heathcliff di Elordi, invece, è riscritto come un uomo che non torna solo per vendicarsi, ma perché non può fare a meno di Catherine. È una figura più romantica che ossessiva, più innamorata che distruttiva. Ci sono sequenze visivamente ridondanti a livello cinematografico, Heathcliff vaga nella tempesta come un Nosferatu ottocentesco con tanto d’irruzione nella stanza di Isabella che evoca proprio gli echi del vampiro, ma restano citazioni affascinanti che non costruiscono una visione coerente. Ed è qui che il film fallisce davvero: non trova una dimensione. Vuole essere trasgressivo, ma non può permetterselo. Vuole omaggiare un capolavoro letterario, ma ne cambia le regole senza il coraggio di andare fino in fondo. Mette due, tre piedi nella stessa scarpa e inevitabilmente inciampa. Non rischia mai davvero, perché ha paura di fallire al botteghino, cosa che, con ogni probabilità, non accadrà. Dal punto di vista tecnico, nulla da dire.

Con un budget di circa 80 milioni di dollari, il film è impeccabile: scenografie, costumi e fotografia sono di alto livello. Ma la tecnica, quando è fine a se stessa, non salva un film che non sa che storia vuole raccontare. Il grande cinema non è una somma di competenze, ma una direzione chiara. Questo “Cime Tempestose” è l’ennesima operazione “stacca biglietti” che ambisce a sembrare grande cinema. Fa leva sul pubblico maschile con Margot Robbie e su quello femminile con Jacob Elordi, aggiungendo un’altra storia d’amore dannata a un catalogo già saturo. Ma Brontë non scriveva d’amore: scriveva di ossessione, di classe, di violenza che si tramanda. Ridurla a un melodramma patinato significa tradirne il senso più profondo.

CONCLUSIONI: Il nuovo “Cime tempestose” di Emerald Fennell si inserisce nella lunga tradizione di adattamenti cinematografici del romanzo di Emily Brontë, ma sceglie la via della riscrittura più che quella della fedeltà. L’operazione appare fortemente condizionata da logiche produttive e di star system, soprattutto nelle scelte di casting, che ribaltano la gerarchia razziale e simbolica dell’opera originale. Il film promette una rilettura primordiale e sessuale, ma resta intrappolato in una sensualità anestetizzata, incapace di osare davvero. La rinuncia alla seconda parte del romanzo riduce la storia a una tragedia amorosa, eliminandone la dimensione politica e autoritaria. Tecnicamente impeccabile ma narrativamente indeciso, il film oscilla tra ambizioni autoriali e compromessi hollywoodiani, senza trovare una forma compiuta. Il risultato è un prodotto elegante ma vuoto, più attento a sedurre che a disturbare.

VOTO FINALE: 4.5

SCHEDA FILM

  • USCITA: 12/02/2026
  • GENERE: Drammatico, Sentimentale
  • REGIA: Emerald Fennell
  • DURATA: 135 min.
  • SCENEGGIATURA: Emerald Fennell
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