È arrivato nelle sale italiane Rental Family, il nuovo film diretto da Hikari (Lo Scontro) ispirato a un fenomeno sociale realmente esistente in Giappone: quello delle “famiglie a noleggio”, agenzie specializzate nell’offrire figure affettive su richiesta come parenti, partner o amici, per colmare vuoti emotivi o relazionali nella vita delle persone. Un presupposto narrativo tanto curioso quanto spiazzante, che il film sceglie di affrontare con uno sguardo intimo e profondamente umano, più orientato all’empatia che all’analisi sociologica.
La storia segue Phillip, attore americano trasferitosi a Tokyo da diversi anni, che per necessità lavorative entra proprio in questo sistema di relazioni simulate. Interpretando ruoli familiari per sconosciuti, si ritrova progressivamente a confrontarsi con un confine sempre più sottile: quello tra finzione e autenticità emotiva. Fraser riesce a infondere nel personaggio una vulnerabilità stanca, perfetta per chi deve “fingere” di appartenere a qualcuno proprio perché non sente di appartenere a nulla. Fin dalle prime sequenze, Hikari definisce con chiarezza il tono del film, la regia evita eccessi melodrammatici, non c’è una ricerca forzata della commozione: tutto è misurato, quasi sussurrato. Una delicatezza costante che diventa la cifra stilistica dell’intero racconto. Questa scelta rende Rental Family un film che non punta a travolgere lo spettatore, ma ad accompagnarlo lentamente dentro le fragilità dei suoi personaggi.
Il cuore tematico dell’opera è la solitudine, osservata però da una prospettiva molto contemporanea: quella urbana. Tokyo, con il suo brulicare incessante, diventa il palcoscenico ideale di questa condizione. Milioni di persone, interazioni continue, eppure una distanza emotiva che sembra impossibile da colmare.
È in questo contesto che il lavoro delle “famiglie a noleggio” assume una valenza ancora più potente: un tentativo artificiale di ricreare connessioni laddove la società moderna sembra averle erose. Il passaggio dalla metropoli brulicante — un palcoscenico di “solitudini affollate” — ai boschi e agli spazi aperti della provincia giapponese segna una svolta poetica. È una dicotomia visiva potente: paradossalmente, è nel vuoto della natura che i personaggi iniziano a sentirsi completi, laddove il pieno della città non faceva che evidenziare le loro mancanze.
Dalla saturazione dello spazio urbano, Hikari ci conduce quasi per mano verso una dimensione più spoglia e silenziosa. È in questo scarto — tra il brulicare della folla e la solitudine dei paesaggi aperti — che il film trova la sua voce più commovente e sincera. Il protagonista intraprende un viaggio che lo porta lontano dalla città, dentro una dimensione naturale fatta per l’appunto di boschi e silenzi. Rispetto all’energia esplosiva de Lo Scontro, in Rental Family Hikari lavora per implosione. Il film alterna momenti di sottile ironia (nati dall’assurdità di certe situazioni “a noleggio”) a una malinconia diffusa che non scivola mai nel sentimentalismo gratuito. Questa è un’opera sulla manutenzione dei legami. Ci ricorda che, in un mondo che corre verso l’isolamento digitale e urbano, il bisogno di essere “visti” e “riconosciuti” resta la nostra esigenza più ancestrale, anche a costo di doverla affittare per un pomeriggio.
CONCLUSIONI: Più che colpire nell’immediato, Rental Family è uno di quei film destinati a sedimentare nel tempo. La riflessione che lascia riguarda il valore della presenza umana: quanto, anche inconsapevolmente, possiamo essere determinanti nella vita di qualcun altro. E quanto, in una società sempre più orientata all’isolamento, il bisogno di connessione resti invece profondamente centrale. Un film gentile, delicato, ma capace di lasciare un’eco emotiva lunga anche dopo la fine della visione.