La Sposa! – La recensione

6 Mar 2026

Maggie Gyllenhaal aveva già dimostrato con il suo esordio, “La figlia oscura”, di possedere un notevole equilibrio nella gestione della narrazione e una certa dimestichezza con interpreti di grande calibro, come dimostravano le solide prove attoriali e un ritmo complessivamente convincente. Con “La sposa!” la regista sceglie tuttavia di misurarsi con un progetto radicalmente differente: dal film intimista, silenzioso e coeso del debutto si passa qui a un’opera di segno opposto. Il suo nuovo lavoro appare infatti eccessivo, eclettico, talvolta perfino vertiginoso nella sua ambizione stilistica. Il mito di Frankenstein, del resto, sembra destinato a non esaurirsi mai. In tempi recenti abbiamo potuto assistere anche alla versione di Guillermo del Toro, che soprattutto nella seconda parte del film poneva il mostro al centro della costruzione drammaturgica. In questo caso, invece, ci troviamo di fronte a una rielaborazione piuttosto libera de “La moglie di Frankenstein” di James Whale, autentico capolavoro del cinema degli anni ’30.

Le differenze emergono fin da subito. A partire dalla durata: il film di Whale era un’opera estremamente compatta, appena 75 minuti, mentre la versione di Gyllenhaal si estende fino a 126. Cambia anche il contesto storico: questa nuova incarnazione è immersa nell’atmosfera del proibizionismo degli anni ’30, intrisa di mafia e di un maschilismo brutale e pervasivo. Al centro del racconto troviamo soprattutto la figura della sposa, che da presenza funzionale diviene la vera protagonista della vicenda, la stella attorno a cui gravitano le tensioni emotive del film, capace perfino di riscaldare il cuore del mostro. Si aggiunge inoltre la figura di Mary Shelley, che qui non appare più come la scrittrice serenamente adagiata nella propria dimora, bensì come una presenza quasi spettrale, confinata in una sorta di limbo oscuro. Una creatura sospesa tra ombra e luce, evocata attraverso immagini che richiamano da vicino “Persona” di Ingmar Bergman, mentre alcune performance rimandano alla teatralità febbrile di Tom Hardy in “Bronson” di Nicolas Winding Refn. Il mostro di Frankenstein, interpretato da Christian Bale, è ormai stanco di vagare senza meta tra le città e sente l’urgenza di trovare una compagna. Per questo si rivolge alla dottoressa Euphronious (Annette Bening), affidandole il compito di creare per lui una moglie. Bale costruisce un mostro decisamente atipico: insicuro, logorato dalla propria natura, privo di autentici impulsi sessuali. Ciò che desidera è semplicemente una compagna con cui condividere la propria interminabile esistenza. Il corpo scelto è quello di Ida (Jessie Buckley), una donna morta dopo una caduta dalle scale. L’episodio viene mostrato nelle prime scene della pellicola, mentre contemporaneamente iniziamo a cogliere la natura della Chicago in cui la storia si svolge: Ida era nota per i suoi violenti scontri verbali con il mafioso locale. Riportata in vita, si ritrova improvvisamente coinvolta in una relazione forzata con Frank. Nel frattempo entrano in scena anche due investigatori, Jack (Peter Sarsgaard) e Myrna (Penélope Cruz), incaricati di inseguire la coppia e di far emergere progressivamente il passato della donna. Mi aspettavo che il film di Gyllenhaal possedesse una maggiore densità tematica. Speravo in un progetto nuovamente intimo, mentre mi sono ritrovato di fronte a una vertiginosa giostra di citazioni e rimandi cinematografici che, col passare dei minuti, finiscono per svuotare molte delle qualità che l’opera pure possiede. La regia, va detto, mantiene comunque un certo equilibrio e riesce talvolta a imprimere forza e dinamismo alla narrazione. Particolarmente riuscita è, ad esempio, una sequenza ambientata in un locale notturno, in cui la sposa viene molestata da diversi uomini sulla pista da ballo: le luci stroboscopiche saturano lo spazio visivo e restituiscono un’atmosfera soffocante, quasi allucinata. Anche sul piano interpretativo il film si mantiene su livelli più che dignitosi. Jessie Buckley offre alcune scene di notevole intensità, dimostrando una straordinaria capacità di oscillare tra registri emotivi opposti: dalla nevrosi alla dolcezza, da una dimensione quasi schizofrenica a una docilità improvvisa. Christian Bale, dal canto suo, lavora con grande attenzione sulla caratterizzazione vocale del personaggio e su uno sguardo mite che può tuttavia trasformarsi, all’occorrenza, in una violenza improvvisa.

Il linguaggio del film appare fin da subito piuttosto crudo, soprattutto sul piano sessuale, anche se tale dimensione non viene mai davvero esplorata a fondo sul versante visivo. Non mancano neppure momenti di splatter, come nella scena in cui una testa viene brutalmente schiacciata sotto gli stivali di Frank. Il problema principale è che, al di là di questi elementi, il film sembra nutrirsi quasi esclusivamente dell’immaginario cinematografico preesistente. Le suggestioni rimandano a Bonnie e Clyde, a Sid e Nancy e ai più recenti film dedicati al personaggio del Joker. Si colgono somiglianze evidenti sia con l’estetica della coppia di “Suicide Squad” del 2016 sia con quella di “Joker: Folie à Deux”. A un certo punto la sposa si trasforma perfino in un’icona femminista: altre donne iniziano a vestirsi come lei e a generare disordini, in un meccanismo non troppo distante da quello innescato dal Joker interpretato da Joaquin Phoenix. Si potrebbero elencare queste analogie per molto tempo, e l’effetto sarebbe sempre il medesimo: la sensazione di trovarsi di fronte a un film che fatica a costruire una propria identità. Avrei preferito un’opera più autonoma, meno dipendente da immagini e modelli già sedimentati nella memoria collettiva. Il cinema è sempre stato tributario della letteratura, ma difficilmente può vivere soltanto di cinema. Sarebbe come tentare di vivere unicamente della vita degli altri per rimanere in tema con l’opera. Anche le sottotrame risultano risolte con una certa superficialità. A un certo punto la coppia di protagonisti, i detective e l’ex compagno di Ida procedono su tre traiettorie narrative separate, per poi ritrovarsi improvvisamente nello stesso luogo semplicemente perché qualcuno ha lasciato aperta la porta di un palazzo.

Il finale, profondamente retorico, propone una declinazione piuttosto superficiale del discorso femminista e tenta di attribuire una funzione simbolica a tutte le figure femminili presenti nel racconto. In una scena il personaggio di Penélope Cruz annuncia di essere appena diventata detective: un momento che sembra provenire direttamente dall’immaginario delle serie poliziesche televisive degli anni ’70 e ’80. Quando il film tenta di spiegare troppo attraverso i dialoghi, finisce per sfilacciarsi e perdere compattezza; quando invece dovrebbe affidarsi alla propria dimensione estetica, ritorna costantemente a evocare altri film che lo spettatore ha già interiorizzato. Personalmente non sentivo la mancanza dell’ennesima incarnazione cinematografica di Frankenstein. È difficile non provare una certa stanchezza nel sapere già, entrando in sala, quale sarà la direzione della storia: un film tratto da un libro che è già stato adattato e che diventa a sua volta un nuovo remake. Maggie Gyllenhaal aveva iniziato il suo percorso in modo promettente. Resta la speranza che questo film rappresenti soltanto un piccolo inciampo all’interno di quella che potrebbe comunque rivelarsi una carriera significativa nel panorama del cinema d’autore.

CONCLUSIONI: “La sposa!” segna per Maggie Gyllenhaal un deciso cambio di registro rispetto all’intimismo della sua opera precedente. Ispirandosi liberamente a “La moglie di Frankenstein”, il film ambienta la vicenda nella Chicago del proibizionismo e pone al centro la figura della sposa, trasformata nella vera protagonista della storia. Tra citazioni cinematografiche, suggestioni visive e un immaginario che richiama opere come “Gangster Story” , “Sid & Nancy” e i recenti film sul Joker, il racconto costruisce un universo stilisticamente ricco ma spesso dispersivo. Nonostante alcune sequenze riuscite e interpretazioni solide, in particolare quelle di Jessie Buckley e Christian Bale, l’opera fatica a trovare una propria identità e si appoggia eccessivamente a modelli già sedimentati nell’immaginario cinematografico.

VOTO FINALE: 5

SCHEDA FILM

  • USCITA: 05/03/2026
  • GENERE: Horror, Thriller
  • REGIA: Maggie Gyllenhaal
  • DURATA: 126 min.
  • SCENEGGIATURA: Maggie Gyllenhaal
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