Se nel 1977 George Lucas avesse immaginato il futuro di Star Wars — nato quasi come un film senza grandi aspettative, sul quale nemmeno lui sembrava nutrire piena fiducia — probabilmente non avrebbe mai previsto una longevità tale da arrivare fino a Star Wars: The Mandalorian and Grogu. Impossibile poter prevedere l’impatto che la saga di Guerre Stellari avrebbe avuto su molteplici generazioni e pensare che anche nel 2005 avrebbe avuto file e file di appassionati in coda all’uscita nelle sale. Impossibile pensare che avrebbe ispirato bambini e ragazzi a sognare di andare tra stelle e pianeti sconosciuti di una galassia lontana lontana.
Eppure, Star Wars è questo, è un universo di speranza, di combattimento e di convivenza tra l’oscurità e la luce che mai si distinguono veramente, se non per i loro eccessi, e che coesistono in un equilibrio mistico. Se anche questa misticità mista a mistero è stata leggermente scoperta (o rovinata) nell’ormai penultima trilogia, quel bilico tra le passioni e la devozione era un bellissimo messaggio che continuava a fare da sottofondo. Sebbene potrei parlare ore delle emozioni che gli Star Wars mi e ci hanno regalato, mi tocca l’arduo compito di affrontare l’argomento Star Wars: The Mandalorian and Grogu.
La trama è piuttosto semplice. Din Djarin – un ottimo Pedro Pascal – e Grogu dovranno affrontare una nuova avventura che li vede coinvolti tra ex imperiali, Hutt e Nuova Repubblica. Al famoso Jabba The Hutt, boss criminale per eccellenza, dovrebbe succedere l’erede legittimo che, però, è diventato il wrestler più cazzuto dell’orlo esterno. L’obiettivo dei nostri amici è proprio l’estrazione di Rotta The Hutt, dalla quale, successivamente, si sviluppa un intreccio narrativo poco convincente.
Se con il passare degli anni l’accesso alle tecnologie è di certo migliorato e, quindi, la qualità degli effetti speciali è notevole, il miglior pregio della pellicola è il comparto action con combattimenti dinamici, ben costruiti e mai palesemente artificiali. Insomma, degni di una produzione del livello a cui avrebbe dovuto ambire Star Wars: The Mandalorian and Grogu. Per dire che il miglior elemento sono i combattimenti, potete già capire come sarà l’andamento della recensione.
Purtroppo, il lungometraggio che Disney ha proposto in questa occasione è un prodotto debole, dal punto di vista narrativo, di universo, di musiche e di realizzazione. Nonostante gli attori di un livello assoluto, la pellicola è estremamente bambinesca e non riesce a far immergere nell’universo di Guerre Stellari veramente. Coerentemente con l’andazzo preso con Disney al timone, Star Wars sta diventando spesso un prodotto sempre più per bambini.
L’andamento dell’arco narrativo, seppur non banale, risulta spesso ridicolo, andando ben oltre un film di serie B in alcune circostanze. Proprio collegato a tale osservazione, se l’ironia sempliciotta degli originali funzionava bene, l’eccessiva impostazione, a volte, da commedia risulta fuori contesto e dissacrante. Se l’idea di far correre Grogu su un passeggino per inseguire un airspeeder è interessante e potenzialmente geniale, la sua realizzazione diventa leggermente ridicola. Queste stonature possono essere intercettate spesso in diversi punti della pellicola.
Inoltre, Grogu sarebbe potuto essere uno dei personaggi meglio pensati negli ultimi anni, invece hanno deciso di renderlo un ebete. Un bambino che riduce il Mandaloriano a balia e che ha una certa interazione con la forza, utile nei momenti del bisogno. Din Djarin passa dall’essere un personaggio interessante e accattivante all’essere un mandaloriano in grado di rompere molti ossi sacri ma piuttosto debole come figura cinematografica. Se nelle prime due stagioni Din si è fatto amare come personaggio, come portatore e scopritore di segreti, qui sembra smarrirsi dalla retta via.
Se poi si pensa che Star Wars abbia bisogno di spade laser a tutti i costi, Jedi, Sith e Morti Nere allora siamo fuori strada. Non è questo quello che manca al lungometraggio di cui stiamo parlando. Gli elementi mancanti sono il coraggio, la coerenza e la capacità di portare sul grande schermo un film un minimo introspettivo. La profondità narrativa toccata è veramente ai minimi termini e quei pochi tentavi si vanificano rapidamente e senza alcun tentativo di scavare. Un esempio che anche in questi anni si possa fare un prodotto starwarsiano di alto livello senza spade laser è Andor. Disney dovrebbe recuperare ciò che ha reso grande Star Wars: non soltanto l’immaginario spettacolare, ma soprattutto la capacità di raccontare personaggi, conflitti e ideali con autenticità. Andor ha dimostrato che è ancora possibile. The Mandalorian and Grogu, invece, sembra dimenticarsene troppo spesso.