Ghost Cat Anzu: il modo più inaspettato di raccontare il lutto

3 Mar 2026

Un enorme gatto fantasma che beve, scherza e si comporta come l’adulto meno affidabile della stanza non sembra il punto di partenza ideale per un film sull’elaborazione del lutto. Eppure è esattamente da qui che parte Ghost Cat Anzu, ed è proprio questa scelta a renderlo così particolare. La storia segue Karin, undici anni, lasciata dal padre in un tempio di campagna dopo la morte della madre. Qui incontra Anzu, un gigantesco gatto fantasma che vive sospeso tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti. E non è l’unico, attorno a loro si muovono altre presenze, che vivono serenamente in questa dimensione con una spiazzante naturalezza.

Per buona parte della visione ho avuto la sensazione che il racconto procedesse per frammenti: episodi quotidiani, incontri bizzarri, momenti che sembrano quasi sospesi. È una costruzione volutamente irregolare, che può disorientare chi si aspetta una trama lineare. Poi, qualcosa cambia: il film sposta l’equilibrio e porta lo spettatore a confrontarsi più direttamente con ciò che fino a quel momento era rimasto in sottofondo. Quella svolta narrativa rilegge tutto ciò che è venuto prima. Gli episodi che ci sembravano scollegati diventano preparazione emotiva. Il tono leggero, l’assurdo, la quotidianità diventano strumenti per arrivare a un confronto inevitabile: quello con l’idea che non tutto può essere trattenuto. Ed è in quel momento che si comprende che Ghost Cat Anzu non stava evitando il centro della storia, lo stava costruendo lentamente.

Uno degli aspetti che mi ha più colpita è stato il modo in cui il film tratta gli spiriti. Non fanno paura, non rappresentano una minaccia e nessuno sembra realmente stupito dalla loro presenza. Nel folklore giapponese, infatti, gli yokai non sono fantasmi nell’accezione negativa a cui siamo abituati, ma presenze che convivono con il mondo umano. Nella visione spirituale legata allo shintoismo, il confine tra vivi e morti non è netto: ciò che non c’è più continua a esistere in una forma diversa, intrecciata alla realtà quotidiana. Capire questo dettaglio cambia completamente la percezione del film, perché il soprannaturale non è lì per costruire spettacolo, ma per dare forma visibile a emozioni difficili da esprimere. Anzu stesso appartiene alla figura folkloristica del bakeneko, un gatto capace di muoversi tra i mondi. Ma invece di essere una guida saggia o rassicurante, è disordinato, irresponsabile e a volte persino ridicolo. Anzi non offre grandi insegnamenti né momenti di consolazione esplicita, ma rimane semplicemente accanto a Karin, trascinandola in situazioni assurde che alternano malinconia e leggerezza. Ed è qui che il film, secondo me, trova la sua verità più forte: Anzu non aiuta la bambina a superare il dolore, ma a continuare a vivere mentre quel dolore esiste ancora. Il dolore non viene cancellato né risolto in modo definitivo, ma lentamente integrato nella quotidianità. Non c’è una catarsi spettacolare, ma un cambiamento sottile, quasi silenzioso. Anche l’uso dell’umorismo contribuisce a questa idea. Scene emotivamente delicate vengono spesso seguite da momenti quasi nonsense, ma perfettamente in linea con il messaggio del film: il lutto non è uno stato continuo, ma un’oscillazione tra tristezza e normalità, tra ricordi dolorosi e attimi in cui si riesce ancora a ridere. Anzu, con il suo caos e la sua imperfezione, diventa il motore di questo movimento. Non consola Karin, ma le impedisce di restare bloccata.

Se volete vederlo, trovate Ghost cat Anzu al cinema solo il 9-10 e 11 marzo grazie ad una edizione italiana curata da Animagine, la collana nata dalla collaborazione tra Dynit e Adler Entertainment che porta al cinema gli anime del presente e del passato.

CONCLUSIONI: Ghost Cat Anzu è un film che chiede allo spettatore di abbandonare l’idea di una narrazione lineare e di lasciarsi guidare dalle sensazioni piuttosto che dagli eventi. Non vuole spiegare il dolore né offrirne una versione romantica o spettacolare. Mostra semplicemente cosa succede dopo una perdita: quando la vita continua anche se qualcosa manca, e lentamente si impara a convivere con quell’assenza. Alla fine mi sono resa conto che il film non parla davvero di spiriti o di fantasmi. Parla di quel momento silenzioso in cui scopri che puoi ancora ridere e andare avanti, non perché il dolore sia finito, ma perché non è più l’unica cosa che occupa lo spazio dentro di te.

VOTO FINALE: 7

SCHEDA FILM

  • USCITA: 09/03/2026
  • GENERE: Slice of life, Soprannaturale
  • REGIA: Yôko Kuno, Nobuhiro Yamashita
  • DURATA: 90 min.
  • SCENEGGIATURA: Shinji Imaoka
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