Code Vein 2 arriva quasi sette anni dopo il primo capitolo, con l’ambizione di rivedere un po’ il setting di base. Dove il primo capitolo si muoveva come un soulslike più lineare e concentrato, questo sequel si espande in un mondo semi-aperto, introduce nuove meccaniche di personalizzazione e fa un passo deciso verso un’esperienza più narrativa e, a mio dire, meno punitiva del predecessore. L’idea all’origine è intrigante: un anime action RPG con elementi souls, dedicato a uno stile visivo sempre più spiccato e dotato di una trama che intreccia viaggi nel tempo e apocalissi a catena. Ma quest’ambizione avrà prodotto risultati?
Il nucleo dell’esperienza di gioco ruota attorno ad un protagonista personalizzabile (memorabile la fase di editing che permette al giocatore di sbizzarrirsi), figura silente che deve viaggiare attraverso epoche e luoghi per fermare la catastrofe che minaccia i Revenant, esseri immortali assetati di sangue. Le premesse narrativo non mancano di fascino: l’idea dei legami, della memoria e del sacrificio offrono potenziale emotivo, che però quasi sempre si smarrisce dietro dialoghi iper convenzionali e situazioni prevedibili.
A livello di gameplay, il titolo gioca una carta interessante nel rivisitare il sistema di blood codes e abilità dei personaggi, permettendo diverse build, stili di combattimento e armi. Relativamente degna di nota è la possibilità di sperimentare con abilità e combinazioni, suggerendo che, per i giocatori disposti a investire tempo nell’ottimizzazione delle proprie build, il combat loop può risultare soddisfacente. Tuttavia, questa nota di rilevanza cede in breve il passo alla sensazione che il sistema non raggiunga mai la profondità o la coerenza che i fan più hardcore dei soulslike si aspettano, finendo col puntare su quelle due o tre build che contribuiscono a “rompere” il gioco.
Il design del titolo e l’esperienza tecnica, non aiutano. La performance generale è un problema che ricorre nel frame rate irregolare, grossi problemi di stuttering in aree aperte e, infine, caricamenti e ottimizzazione non all’altezza di un gioco del 2026, quale che sia l’hardware sul quale sta girando. Questi problemi non sono semplici “imperfezioni”, ma fattori che impattano direttamente sul ritmo e la fluidità dell’azione, soprattutto in combattimenti intensi o esplorazione libera (per non parlare di alcune boss fight). La scelta di adottare Unreal Engine 5 sembra qui essersi tradotta in un compromesso poco convincente: un mondo che visivamente aspira alla grandezza, ma che appare spesso generico, con texture altalenanti nei loro caricamenti, ambienti piatti alternati a landscape estremamente suggestivi senza una vera e propria direzione d’insieme. Anche l’open world, uno degli elementi di maggiore novità rispetto al primo capitolo, soffre di una progettazione affatto certosina: vaste aree che tornano ad essere riempite di nemici e loot poco rilevanti, e che tendono a trasformare l’esplorazione in un pretesto a tratti riempitivo. Ne giova il combat system, qui riportato più come un hack and slash che come un riflesso degli ormai blasonati titoli souls, regalando un esperienza piacevole e un ritmo del combattimento sempre ben sostenuto e alla portata anche di chi, i titoli Fromsoftware, non li ha mai masticati. Nonostante alcune hitbox discutibili, il gioco regala un feedback del combattimento importante, facendo sentire il giocatore non punito dai suoi errori e, soprattutto, galvanizzato nell’affrontare nuovamente la minaccia.
CONCLUSIONI: Nel complesso, Code Vein 2 è un titolo che cerca di fare molte cose, ma senza alcuno di questi elementi che emergano con piena convinzione. Fa intuire una visione pregna di promesse, ma inciampa nell’esecuzione, tra tecnicismi non risolti e scelte di design che, pur ambiziose, non raggiungono la coesione necessaria. A questo viene in soccorso un editor del personaggio estremamente divertente e un combat system divertente e adatto a tutti. La sensazione finale è quella di un gioco imperfetto in modo affascinante, che può divertire e intrattenere nelle sue parti migliori, ma che difficilmente rimarrà impresso nei cuori dei fan più esigenti del genere o tra i grandi classici dell’anno.